Zerrezerre ;  zerrizerri

Zerrezerre ; zerrizerri

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Zerrezerre ;  zerrizerri 

Il zerrizerre (o zerrizerri) è un giocattolo, strumento musicale, di legno o di stagno con una ruota dentata e un bastoncello che, nell’agitarlo e aggirarlo, urta in una linguetta e produce un suono. Il suo nome deriva dallo spagnolo cencerro che significa sonaglio. In italiano si chiama raganella.

Lo descrive alla fine dell’800 il filosofo Benedetto Croce, nel suo commento del Pentamerone, la raccolta di favole campane scritta da Giambattista Basile nel 1600. Nel Pentamero e si fa cenno alla raganella assieme ad altri antichi strumenti popolari. Si crede e racconta che sia di origine molto antica e si attribuisce la sua  invenzione a tale Archita di Taranto, un uomo politico, filosofo e scienziato della scuola pitagorica. Il filosofo Aristotele nella “Politica”, consiglia l’uso della raganella ai bambini: sia come iniziazione alla musica, sia perché «trastullandosi con esso, essi non rompano niente in casa: perché il giovanetto non può stare fermo»! Non a caso altro significato in napoletano di zerrizerri è la irrequietezza, la mobilità ma anche a volta rabbia o dispetto.

Nel corso dei secoli questo strumento venne usato in tutta Europa nelle feste popolari, per annunciare le ore o dare allarmi. Fino al Concilio Vaticano II le grandi raganelle dette “crotali” o “crepitacoli” venivano usate in chiesa durante la Settimana Santa, al posto dei campanelli e delle campane che venivano legate. Nella tradizione ebraica uno strumento simile viene usato durante la festa del Purim per coprire il suono del nome del persecutore Amàn durante la lettura del testo sacro. Oggi lo si usa come strumento da tifo, sugli stadi, specie in occasione di incontri di calcio

Zerrezerre ;  zerrizerri

Zimmaro ; ‘o zimmaro

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate: 

Zimmaro ; ‘o zimmaro

Il zimmaro ovvero caprone, dal greco χιμμάρος” xìmaros, anche questa come tante altre parole napoletane deriva dal greco.

Come ben sapete le origini della città di Napoli sono greche. Napoli era l’unica città, in epoca romana a cui era concesso di non parlare il latino, che era la seconda lingua  ma come prima lingua si parlava il greco.

Bisogna ricordare che Neapolis era l’unica metropoli ellenistica dell’Occidente, eccetto quello della Grecia vera e propria. Neapolis, nella prima età dell’Impero, era ancora di lingua greca e non solo, ma anche di istituzioni, di culti e di costumi di vita. A Napoli venivano celebrati giochi in onore di Partenope, poi furono un ringraziamento in onore di Augusto per aver aiutato la città sconvolta da un recente terremoto. Gli “Italika Romania Sebastà furono istituiti con un editto dell’Imperatore. Durante gli scavi per la stazione Duomo sono state trovate vestigia, iscrizioni e templi che hanno svelato parte della cittadella olimpica e le iscrizioni sono in greco

Altro significato di Zimmaro è il Cembalo, specie di tamburello col fondo di cartapecora (appunto la pelle del caprone) circondato tutt’intorno da piccoli sonagli, che si suona percotendolo con le nocche o le palme delle mani.

Zerrezerre ;  zerrizerri

Sfocachiùrme, sfocachiorme

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Sfocachiùrme: far sfogare una ciurma

Sfocachiùrme è una parola composta da sfoca e  chiùrme, ovvero sfoca dal verbo sfucà (ossia sfogare, coire) e chiùrma (ciurma) anche detta chiorma, che sta a per significare oltre a ciurma anche gruppo sia di ragazzi che di ragazze, in ogni modo sempre rumorosi i primi, ciarliere le seconde.

Il termine è molto offensivo in quanto si intende una “donna in grado di far sfogare una o più ciurme” e si sa i marinai stanno a volta in lunga astinenza.

Questo aggettivo dispregiativo, compare per la prima volta ( e forse unica) in un lavoro di Giovan Battista Basile la IV egloga: Melpomene, ovvero le Fonnachere dalle Muse Napoletane. Giovan Battista Basile, nel 1635 pubblica le Muse Napoletane, sono nove egloghe, ovvero componimento poetico o  musicale che si ispira ai motivi della poesia pastorale; Clio, ovvero le Smargiasse; Euterpe, ovvero la Cortiscaiana; Talia, ovvero lo Cerriglio; Melpomene, ovvero le Fonnachere ; Tersocore ovvero la Zita; Erato ovvero Lo giovane nzoraturo; Polimnia ovvero Lo Viecchio nnammorato; Urania ovvero Lo Sfuorgio; Calliope ovvero la Museca.

A forma di dialoghi sono scenette di costume del popolo napoletano e svolgono un concetto morale e didascalico.

Nella IV egloga appunto due donne Pascadozia e Colospizia, si lanciano epiteti ed invettive tra cui sfoca–chiurme.

Vedi nota 28 in

https://documents.tips/documents/giovan-battista-basile-le-muse-egroca-quarta-le-g-b-basile-le-funnachere.html

 

 

 

 

 

 

Zerrezerre ;  zerrizerri

Sbertecellà, sbertecellato, sbertecellaie

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Sbertecellà, sbertecellato, sbertecellaie 

Il verbo sbertecellà (sbertecellare) significa sviar di mente, andare fuori di testa, quindi sbertecellato sta per qualcuno che è andato fuori di testa, lo stesso dicasi per sbertecellaie.

Si considera derivare dal latino vertex-verticis = vertice, testa, capo

La parola  sbertecellje è scritta nella poesia “’E ttasse” di Eduardo Nicolardi, celebre poeta partenopeo (1878-1954) già citato per altre citazioni di parole “rare” usate oggi nella lingua napoletana

<‘E TTASSE.

Pàtemo è muorto pazzo. Pe’ nu niente.

Pe’ bbia d’ ‘e ttasse se sbertecellaie.

Pavava e riclamava eternamente;

ma deva sempe e nun aveva maie!

— Capuffì…..ma comm’è…..tenite mente……

Ccà m’ite miso ‘int’a nu mare ‘e guaie…..

— Voi che dite? Se qua è così evidente!

E ‘o capuffiggio piglia e ‘o ddimustraie.

— “Tanto….più tanto…..più tre volte tanto….

(come vedete, qua sta tutto scritto….)

moltiplicando tanto…..più altrettanto, più tanto, forma tanto.

E’ naturale!”

Fuie tanto naturale, v’aggio ditto,

ca è muorto a ‘o Manicomio Provinciale.>

https://www.youtube.com/watch?v=A3dYKynYh2U

La poesia è magistralmente recitata da Nino Taranto

 

Zerrezerre ;  zerrizerri

‘NFROMME , CUNFROMME

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

‘NFROMME e  CUNFROMME

Sono entrambi avverbi e sono la stessa parola, ‘nfromme è la forma abbreviata ed   aferizzata (ovvero scritta con l’aferesi)  di cunfromme= appena che, non appena, nel mentre.

Questi due termini li troviamo in due poesie di due grandi napoletani;

  • Cunfromme nella poesia di Eduardo “vuò vedè

< Vuò vedè ca cunfromme me ne vaco,

tu me vuo’ bene cumme ll’ata sera,

e rieste, cumm’ ‘a me, felice e allera,

pecchè sai ca si parto, resto ccà?

Ccà resto, ‘o ssaie: sto ccà. Pure si a vita

me porta a n’ata parte…

E me fa pena tanta e tanta gente

ca quanno parte, ‘o vero se ne va.>

 

  • ‘Nfromme nella poesia “Testamento” di Nicolardi

<Quanno mor’io, chiagnìteme

nu quarto d’ora e basta.

Che m’atterrate all’ùnnice?

Salute e bbene! ‘e ddoie menàte ‘a pasta (omissis)…

…(omissis) E si accummencia a chiovere

nfromme se move ‘o carro?

Madonna chili priévete!

Ggiesù chili cumpagne c’ ‘o catarro! (omissis)…>