Quaquiglia

Quaquiglia

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate

Quaquiglia 

La parola quaquiglia deriva dal vocabolo francese coquille, a sua volta dal latino “conchylia” il che si traduce con conchiglia. A Napoli la quaquilia è un frutto di mare bivalve che non ha nessun valore sia come commestibilità che economico, è di forma simile ai fasolari, ma di colore  bianco, questo riferito al prodotto ittico.

Ma la quaquiglia per i napoletani è anche usato in ornitologia per indicare un uccello marino, o di abitudini acquatiche, quali le procellarie, una specie di gabbiano chiamato anche gavina.

Quaquiglia

Cestunia 

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Cestunia 

Cestunia, tartaruga, testuggine.

L’origine della parola è incerta, alcuni la fanno risalire dal greco, ma la origine più certa è al termine latino testunie, la parola oltre a significare il rettile sia terrestre che acquatico, sta anche ad indicare la vulva e più spesso quella di donna anziana e significa anche una donna mal fatta.

Quaquiglia

Tavuto – tauto

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate: 

Tavuto – tauto

Tavuto (o anche Tauto): bara, cassa mortuaria.

La parola è quasi in disuso, e seppur macabra ha bisogno di essere menzionata, pochi sanno che essa è una delle parole napoletane che non derivano né dal greco e nemmeno dal latino, ma è una parola derivante dalla parola spagnola ataúd.

Parola importata a Napoli durante la dominazione spagnola all’epoca dei vicereami, e da allora sempre usata. Ma un suo plurale, ‘e tavòte non ha un riferimento macabro, tutt’altro, esso fa riferimento a quegli attrezzi da fornaio, costituti in assi di legno con un piccolo bordo dove di mette il pane a lievitare prima di essere infornato e dove si rimette il pane appena sfornato per farlo raffreddare.

Il termine tavuto è riportato anche Raffaele Viviani nel brano scritto nel 1910: 

O guappo ‘nnammurato 

“Manco ‘a quattuordece anne ‘a carcerato.

Però, chi mme ce manna n’ata vota,

se fa ‘nteresse sempe nu tavuto!

Fronna ‘e carota!”

Quaquiglia

Franfelicco , franfelliccaro.

Il franfellicco termine deriva dal francese fanfreluche che identifica lo stesso genere merceologico; a sua volta, deriva dal latino “fanfaluca”.

Al plurale sono detti ‘e fanfrellicche e sono bastoncini zuccherini, negli USA, sono i Candy Canes, quei famosi bastoncini che si appendono sugli alberi di Natale. A Napoli erano bastoncini diritti di zucchero multicolorati.

Esso veniva prodotto, per la maggior parte, da venditori ambulanti chiamato franfelliccaro.

Costui, armato di un banchetto portatile, spesso un carrettino dotato di fornello (prima a carbone, poi a gas) creava un impasto nel quale versava uno sciroppo colorato di zucchero e miele. Quando l’impasto era ben amalgamato, lo lavorava su un supporto metallico a forma di uncino. Una volta che l’impasto era ben solidificato, lo tagliava a pezzettini lunghi qualche centimetro e lo vendeva ai clienti che avevano assistito a tutta la lavorazione. Alcuni franfellicchi venivano tagliati a pezzetti piccoli ed in esso si infilava un bastoncino di legno, questa variante si chiamava bombolone, oggi una variante è chiamata chupa chups, ma non ha nulla a che vedere con esso.

 

 

 

 

 

 

Nel 1928 il poeta napoletano Alfredo Gargiulo (1876-1949), scrisse una poesia dedicata al Franfellicco:

“Doje paparelle e zucchero,

tre o quatto sigarette ‘e ciucculata;

nu perettiello chino d’acqua e ccèvoza,

‘cu dint’ ‘a ficusecca sceruppata.

Poi’le franfellicche: al massimo,

nu trenta franfellicche d’e ogni culore;

cierte so’ chine d’e povere,

cierte se so’ squagliate p “o calore.

E pure pare incredibile,

io ce sto riflettenno a ‘na semmana):

ncopp’a nu bancariello e a sti tre prùbbeche,

ce campa, spisso, na famiglia sana…”

Da notare che è esistito un altro Alfredo Gargiulo, anch’egli poeta e autore, ma che faceva il farmacista. Scrisse tra l’altro il testo della canzone ‘E lampare, classificatasi terza al Festival della canzone napoletana nel 1955.

Quaquiglia

trubbèja, trubbea

Trubbèja ( o trubbea, più decisamente corretta la prima) deriva dal greco tropaia  e poi dal latino tropaei (venti marini), sta a significare temporale con vento e tuoni.

A Napoli si soleva, e si suole, dire:” ‘a trubbèja d’’e cerase” ovvero di un temporale tipico di questo periodo, tra la seconda metà di maggio e la prima quindicina di giugno, caratterizzato da violenti acquazzoni che determinano una raccolta delle ciliegie.

Se la trubbèja si scatena a maggio la raccolta delle ciliegie avviene in quel periodo ed esse vengono messe in commercio al minuto al grido: “So’ cchelle d”a trubbeja” per indicare che si tratta di autentiche primizie la cui raccolta si è avuta a seguito dell’improvviso, inatteso, ventoso e violento acquazzone, o di una gran pioggia inaspettata.

Ma la parola trubbèja, come riporta il Dizionario a cura di A. Altamura, sta anche a significare “baruffa, conflitto” infatti è aria ‘e trubbea significa che ci sta “un clima ambientale che fa prevedere baruffa; aria che preannunzia un temporale.