Muttià

Muttià

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate

 Muttià

La parola muttià, deriva dal latino muttire, significa motteggiare, beffeggiare, punzecchiare con allusioni maliziose,celiare

Dal verbo muttià deriva il termine muttietto  che significa motteggio, gesto di canzonatura, smorfia ma anche bizze

Muttià

Bombò

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate

 

Bombò

La parola bombò, deriva dal francese boubon  e significa caramella, ma da una storpiatura della parola Bubbone, derivante dal latino bubonis,  significa bitorzolo, gonfiore, in special modo quando un bambino urta con la testa

Muttià

Pampuglia

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate

Pampuglia 

Pampuglia, deriva dallo spagnolo pampunaje o pampillos (baccello), sta ad indicare il truciolo di legno.

La pampuglia si ottiene dalla piallatura del legno, ovvero quella striscia sottile che molto spesso si arrotola su se stessa.

Nella lingua napoletana e nello specifico della nomenclatura di falegnameria esistono varie categorie di pampuglie.

Ovvero ci sono degli specificativi diversi secondo la forma o provenienza dei trucioli; abbiamo dunque: –pampuglia riccia quella a spirale da legno dolce, –pampuglia ‘e chianuzzella quella strettamente arrotolata, prodotta non dalla pialla grande, ma da una pialla piccola, –pampuglia ‘e ‘ntraverzatura che è il truciolo, per solito di legni più duri, ottenuti per piallatura operata controfilo che produce perciò trucioli irregolari e frammentati.”

Il tutto sempre ottenuto attraverso l’uso di pialla, sia essa manuale che con un macchinario elettrico. In napoletano la pialla è chiamata   chianozza che proviene  dal latino: planula , attrezzo atto a rendere piana, la superficie di  un asse di legno.

Le pampuglie venivano e vengono (quando si trovano) nelle pizzerie in quanto consentono di ottenere una rapida fiammata e un istantaneo innalzamento della temperatura del forno, elementi indispensabili per una corretta cottura della vera pizza napoletana

Ma pampuglia ha anche altri significati, essendo una cosa sottile e leggera, significa anche “cosa da nulla”,” cosa leggera”,” inezia”.

In gastronomia indica gli sfrittoli di pasta zuccherata ossia quel tipo di dolce nastriforme carnascialesco altrove detto chiacchiera, bugia, frappa.

 

Muttià

zarellara, zarellaro, zagarellaro, zagrellaro

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate

 ‘A zarellara (femminile).

 ‘O zarellaro oppure zagarellaro o anche zagrellaro era il merciaio, o al femminile, la merciaia

 Ma oltre ad indicare la persona si indicava anche propriamente la bottega, nella quale si effettuava la vendita di “qualsiasi cosa”, dalle caramelle ai giocattoli, dagli articoli per la casa a quelli per i vestiti. Il termine deriva da zagarella, ossia nastro, fettuccia di seta. Questi empori nati per la vendita di supporto alla attività di sartorie o a lavori casalinghi sartoriali e quindi nastri, stringhe, forbici, spilli, bottoni e stoffe, insieme di accessori che in dialetto prendeva il nome di zagarelle, come detto erano soprattutto i nastri, le trine (o merletti). Col tempo, poi, la bottega si arricchì di altra merce e ci si poteva rifornire di scope, secchi, stracci, caramelle, alcool, insetticidi, alcool, ovatta e addirittura siringhe per le iniezioni, cerotti, giocattoli, articoli di cartoleria, quali penne e pennini, ma anche confezioni di dolciumi e le caramelle.

Oggi nella classificazione di codice attività (codice Ateco) li mette come “empori ed altri negozi non specializzati di vari prodotti (47.19.90)”.

Proprio per il suo modo di fare commercio in maniera confusionaria, il termine zarellaro viene utilizzato ancora oggi in senso dispregiativo per indicare un soggetto privo di specializzazione specifica e di professionalità.

Ci sta anche una canzone: ‘A zarellara di Capillo-Rendine, cantata da Maria Paris

 

 

 

 

 

Muttià

ABBACUCCO e NICOLO’ CAPASSO

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate

Abbabucco

La parola abbabucco è sicuramente una parola davvero dimenticata ed in disuso nella lingua napoletana, tale da non poter nemmeno risalire da dove derivi, si sa solo che significa stolto, sciocco.

Da ricerche effettuate si è riuscito a sapere che questo aggettivo fu citato in forma scritta a pagina 271 nei Sonetti di tale Nicolò Capasso.

Nocolò Capasso fu in letterato, teologo e giurista, nacque a Grumo Nevano il 13 settembre 1671, morì a Napoli il 1° giugno 1745 e fu tumulato nella chiesa di S. Giovanni a Carbonara. Fu conosciuto, anche fuori Napoli, soprattutto per pubblicazione in “napoletano” dell’Iliade di Omero. A lui si devono anche le Poesie napoletane, maccaroniche,  e satiriche. Nell’Ottocento furono pubblicate altre opere di Capasso: I sonetti in dialetto napoletano ed in questi, a pagina 271  è citato l’aggettivo di cui trattiamo. Ancor oggi per gli accademici è considerato il più grande poeta dialettale del settecento, soprattutto per le sue satiriche espressioni e per questo nel 1881 a Napoli gli fu intestata la via che sta nel rione di S. Anna alle Paludi, borgo Loreto (tra via Sebeto e S. Maria Delle Grazie a Loreto).