‘ O TARTARUGARO, il tartarugaio

‘ O TARTARUGARO, il tartarugaio

Il tartarugaio era un  artigiano che lavorava il guscio di tartaruga ricavando svariati oggetti, dai più comuni a quelli di grandissimo valore. Quest’arte, bisogna chiamarla così, si sviluppa in Napoli dal 1600 circa, con produzione di opere pregiatissime quali cornici, intarsi con tartaruga e madreperla. Uno dei più famosi tartarugai  fu  un certo Giuseppe Serao che negli anni 30 del 18° secolo era famosissimo e nel 1734, diventato re Carlo III di Borbone volle che avesse il suo laboratorio adiacente alle mura del Palazzo Reale di Napoli. Questa arte ora scomparsa, io la ricordo. Un fratello di mia madre, il primo fratello, nato nella seconda metà dell’800 era un “tartarugaro”, si chiamava Vincenzo Esposito ed aveva il suo laboratorio presso la sua abitazione, ovvero faceva “casa e puteca” in Salita Cariati 29, nei Quartieri spagnoli nei pressi della Chiesa S.Maria del Carmine alla Concordia. Mi ricordo che mia madre mi ci portava almeno ogni mese ed io mi incantavo a vedere questo zio lavorare, ma molto spesso mi divertivo a giocare nel giardino interno al palazzo, dotato di alberi di agrumi ed io giocavo con un gatto, un castrato ma così giochellerone. Pigliavo i mandarini o gli aranci piccoli e li usavo come pallina, divertendo il gatto e me ma facendo arrabbiare la zia Elvira, moglie di mio zio. La produzione dello zio consisteva soprattutto di oggettistica personale o per la casa, quali portasigarette,manici di ombrelli, cornici, pettini o meglio “pettenesse”, cornici portaritratti, scatole portaoggetti, montature per occhiali e tanto altro. I manici di ombrelli venivano forniti alla ditta Talarico, famosa costruttrice di ombrelli.Ricordo vagamente le vasche  di ammollo e una pressetta, poi i mie ricordi si perdono, questo zio agli inizi degli anni ‘50 (credo 1953) ci lasciò e da allora non ho mai più visto qualcuno lavorare il guscio di tartaruga o meglio testuggine.

Linguaggio con mani

Linguaggio con mani

Un gesto vale più di mille parole

 

 

L’uso del linguaggio delle mani è una caratteristica di tutti i popoli mediterranei e certamente una delle immagini oleografiche più note all’estero degli italiani. Ma è all’ombra del Vesuvio che la comunicazione con i gesti assume le forme più eclatanti e bizzarre, fino a  sfiorare l’arte. Riguardo al gesticolare dei napoletani l’autorevole studio del De Jorio 2 benché datato resta ancora un punto di riferimento, da segnalare anche la pubblicazione  del Sorge ” Comme te l’aggia dicere?”3

 Passeggiando per Napoli vi capiterà sicuramente di incontrare un napoletano intento in un’accesa conversazione telefonica con l’ormai immancabile cellulare,  fermatevi un paio di minuti ed assistere alla frenetica ed incomprensibile danza che la mano libera compie nell’aria! Dita chiuse che poi si aprono improvvisamente, rotazioni del palmo della mano, invisibili geometrie tracciate e poi ridisegnate, movimenti ritmici che accompagnano ogni frase pronunciata, con lo scopo di rendere più chiaro il discorso all’interlocutore posto all’altro capo della linea .Ebbene, se siete napoletani, anche a distanza  potreste capire il tema della discussione e forse anche le conclusioni della stessa solo dalla mimica e l’espressione del volto. In periodi di protezione della privacy e dei dati sensibili il mezzo di comunicazione preferito da noi Napoletani, le mani, non è certo il più sicuro. Eppure ce ne serviamo quotidianamente, in ogni situazione anche quando l’evidente barriera di un collegamento telefonico ne renderebbe superfluo l’uso.  Quante volte vi sarà capitato di assistere in qualche vicolo di Napoli alla conversazione a distanza tra due abitanti del popolo che nel giro di pochi secondi si scambiavano articolati dialoghi, spesso liste della spesa e finanche pettegolezzi sul vicino di casa. Oppure mamme infuriate che richiamavano all’ordine un numero imprecisato di figli ed amici dei figli con semplici gesti, ma quanto eloquenti! A volte la stessa mimica facciale di due passeggeri in un autobus con un complicato intreccio di sguardi ed ammiccamenti lasciava intendere tutto sul malcapitato terzo passeggero soggetto dei loro pettegolezzi. La pratica quotidiana è, dunque, la nostra maestra: giorno dopo giorno, a scuola, in famiglia, per strada, ogni conversazione è accompagnata dall’azione esemplificativa delle mani e così, col tempo, si raffinano le forme verbali, si arricchisce il vocabolario, si appuntano le sfumature.

Ma provate a costringere un napoletano, meglio ancora se convinto oratore, a recitare un qualunque discorso senza far uso delle mani. Se vi capita di inscenare questo simpatico esperimento, consiglierei di legare le mani alla cavia per garantire una maggiore sicurezza. Ebbene, la sua capacità oratoria ne sarebbe profondamente limitata, quasi come se una fondamentale porzione dei centri del linguaggio fosse stata amputata.

Prima di cominciare soltanto un ultimo appunto per ricordare che la gestualità napoletana è principalmente di tipo simbolico, piuttosto che mimico.

Se doveste incontrare un napoletano nella sua città o altrove forse potrebbe tornare utile avere un “vocabolario” minimo e sufficientemente attendibile per una conversazione d’emergenza, quello che segue ne è una piccola sintesi. Le immagini di seguito raffigurati

sono tipici nel napoletano, benché alcuni di essi siano presenti in tutto il meridione d’Italia se non addirittura nell’intera penisola.

 

 

Ma che ‘vvuò?Ma cosa stai dicendo?” – Il pollice viene unito a tutte le dita della mano rivolte verso l’alto ed il polso oscilla ripetutamente puntando la spalla. Riferito a persone che parlano tanto senza farsi comprendere

Cosa vuoi?” – Spesso però può essere molto piu’ di una domanda, perché sottindende un tono minaccioso, quasi di sfida lanciata a chi magari ti sta guardando e per questo molestando.

 

   
   

 

‘E ‘ccorna – Tiene ‘e ‘ccorna”(Hai le corna) – Questo forse e’ uno dei gesti che è bene imparare subito, benchè sia uno dei più popolari e noti. Se rivolto ad un maschio è l’offesa peggiore che possa essere arrecata, perche’ significa che la compagna lo tradisce.

Uocchio e maluocchio” (Scongiuri) – Se invece rivolto verso il basso ha un significato scaramantico. Spesso può capitare di notarlo se nei paraggi si aggira un portatore di malocchio.

 

 

Se t’acchiappo/MannaggiaSe ti prendo poi vedi che ti faccio! La mano posta in mezzo ai denti serve quasi a frenare la lingua dalle intenzioni minacciose di chi fa questo gesto. Spesso usato dalle mamme per tenere a bada i propri figli, che ben sanno che alle minacce non seguiranno mai i fatti.

Invece, se all’atto del mordere è associato un movimento ondulatorio del capo può anche assumere il significato di “Mannaggia!”

 

 

Si n’allocco, nu’ turzoSei un allocco, uno sciocco – L’avambraccio è posto ben in evidenza ed in posizione verticale mentre la mano ruota lungo l’asse maggiore dello stesso. Gesto rivolto a persone ritenute creduloni e facilmente raggirabili.
  Ma chi t’ha fatto fa’?

Le mani giunte vengono portate al torace e poi allontanate ripetutamente. È un gesto dai molti significati, per la cui comprensione è fondamentale il contesto in cui viene fatto e l’espressione del viso.

Può indicare impazienza, “Ti vuoi muovere?”, ma anche rassegnazione e principio di rabbia quando non si hanno più risorse: “Ma cosa vuoi ancora da me?”. Spesso è anche impiegato col significato di “Ma chi te lo ha fatto fare?”, in questo caso l’ampiezza delle oscillazioni è più contenuta, ma la frequenza maggiore.

  S’hanno accucchiate!

Hanno fatto combutta: usato per indicare che due persone se la intendono. Può essere riferito a due amanti, ma più spesso a due tipi che uniscono le loro forze per scopi che possono anche essere poco legali!

  Amici per la pelle

 

Stabilire un’amicizia duratura. Gesto alquanto diffuso in tutto il mondo e non necessariamente legato all’ambito culturale napoletano. Spesso anche conosciuto tra i bambini, da una certa generazione in poi, come “flic e floc” e serve per sancire un patto indissolubile.

  ** liberamente tratti da internet

 


2   De Jorio A., 1832, « La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano », A. Forni  Ed. Paura B.

3   Sorge M., 1999,“Comme te l’aggia dicere”, Intra Moenia , Napoli

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‘O servizio. (il servizio)

‘O servizio. (il servizio)

Modi di dire a Napoli- Il Servizio

Chi non ricorda  la scena tratta dal film “Totò, Peppino e la Malafemmina”? Ce ne siamo fatte risate, ma quanti sanno cosa significa SERVIZIO?

La parola servizio deriva dal latino servitium <Servigio>, a Napoli assume vari significati legati alla frase ed al modo di dire.

Aggia fa ‘e servizi: fare le faccende domestiche;

Stare a miézo servizio, ‘a femmena ‘e servizio: servizio domestico;

Servizio ‘e bicchiere, ‘e tazze’ ‘e piatte, ‘e tavula: tazze bicchieri, posate in serie, biancheria da tavola;

fa ‘o servizio ‘a na femmena: coire,togliere la verginità;

Nel video la allusione è riferita ad un altro modo di dire:

Chisto ce fa ‘o servizio: costui ci invade il deretano ( o almeno ci imbroglia)

Da dove deriva questa ultima espressione? Dal CLISTERE, detto anticamente serviziale con il quale si immetteva nell’intestino per via rettale il liquido medicamentoso.

 

PARAUSTIELLO, modi di dire a Napoli

PARAUSTIELLO, modi di dire a Napoli

Cosa è il “paraustiello”?

Ci sono parecchie interpretazioni di questo vocabolo prettamente usato nella lingua napoletana, cosa significa? Secondo uno dei dizionari  più qualificati riguardanti la lingua napoletana, a mio parere quello di A. Altamura edito da Fiorentino, è <”discorso di poco valore (causidico) e un po’ ipocrita; discorso pretestuoso”>.

Per altri: O’ paraostiello (o paraustiello)” (scusa molto argomentata, convenevole, chiacchiera, cerimoniale).

Da dove deriva? Ci sono principalmente due teorie. Una prima  teoria ne propone l’etimologia nello spagnolo para usted, cioè “per voi”, adducendo come spiegazione che tali discorsi fossero costruiti su misura per l’interlocutore da convincere, ovvero si dice che  durante la dominazione spagnola quando chi per un vicolo stretto incrociava un nobiluomo o signorotto spagnolo, era obbligato a lasciargli il passo inchinandosi e pronunciando una frase di saluto, pronunciando alla fine il convenevole “para usted” (per  Voi). Un’altra teoria, invece, fa discendere questo termine dalla parola greca paràstasis che vuol dire proprio “dimostrazione, esposizione per creata far capire”.

Quindi il PARAUSTIELLO è un  discorso arzigogolato, che non conduce a niente, un esempio insostenibile e senza fondamento, attuato per convincere l’interlocutore di qualcosa di infondato.

Spesso si dice: “ m’ha purtate ‘nu scacche ‘e paraustielle, ma senza capa né coda !”, il che significa ha portato esempi senza significato.

Galario Gennaro ©

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