O Basso, ‘O Suttanino, ‘O Suttaniello

Ascià’, J’ ASCIANNO

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Ascià’, J’ ASCIANNO 

Ascià’ (asciare): cercare, ritrovare; J’ ascianno ovvero j(re) asccianno: andare alla ricerca

Il verbo deriva dallo spagnolo Hallar, che si pronuncia ajar da cui asciar.

Questo modo di dire è davvero poco usato a Napoli, trova applicazione nella canzone “Totonno ‘e Quagliarella”, testo di Giovanni Caputto, musica di  Francesco Buongiovanni:  Quann’ è ‘a staggione, vaco ascianno sulo

na bona fritta ‘e puparuole forte…

Nu piezze pane, ‘nziem’a nu cetrulo,

e ‘o riesto, ‘o vvotto dinta capa ‘e morte! 

Canzone può essere presa ad esempio di filosofia di vita, interpretata magistralmente da Nino Taranto, Sergio Bruni e Massimo Ranieri e da altri bravi interpreti della canzone napoletana. Si rimanda alla ricerca su youtube.

Qui si riporta quella di Nino Taranto

https://www.youtube.com/watch?v=K4vhyogKJ_s

 

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Caccavella

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

 Caccavella

Il termine sta ad indicare tre cose, il primo è uno strumento culinario (da cucina), il secondo indica uno strumento musicale ed il terzo ad un prodotto commestibile.

Andiamo per gradi, il nome ha l’origine comune, esso deriva dal latino caccabus, contenitore, a sua volta dal greco χαχχαβίς caccabios.

Quindi nel primo caso ci riferiamo a grandi o più piccoli recipienti di rame e/o di coccio, quindi ad una pentola di uso domestico, o piuttosto a grossi pentoloni.

‘A caccavella era la pentola dedicata alla cottura del ragù o dei fagioli, di misura inferiore. Da caccavella poi deriva il caccaviello: rigorosamente di creta e con i manici, piuttosto alto ma non enorme, viene ancora oggi usato per bollire, in modo che la schiuma di bollitura non cada fuori.

 

 

 

 

 

 

 

Secondo caso: quello musicale

La pentola (caccavella) subisce un intervento particolare  su di essa viene posta una pelle d’asino tesa e seccata e nel cui centro viene fatto sfregare con le mani un bastoncino che emette un suono cupo e basso, tipico accompagnamento della tarantella. Questo strumento musicale folkoristico oltre al nome di caccavella è conosciuto anche con un  nome particolare: il putipù. Trattasi di un tamburo a frizione, la canna viene impugnata e frizionata con un movimento verso il basso e la frizione produce il caratteristico suono dalla tonalità bassa. Spesso, per evitare di scorticarsi il palmo della mano, si utilizza un panno umido per frizionare la canna.

 

 

 

 

 

 

Terzo caso: quello culinario

La caccavella è un tipo di pasta particolare prodotto dagli artigiani pastai di Gragnano (NA), essa è la pasta più grande del mondo ed ha le seguenti caratteristiche: peso circa 50 grammi, 9 cm di diametro e 6 di altezza.

E’ ideale per essere farcita e solitamente, le caccavelle sono cotte e servite in terrine di terracotta invetriata o pentoline in rame

 

 

 

 

Lo strumento musicale era magistralmente suonato da Nino Taranto nell’interpretare la canzone La Caccavella (C Concina 1950)

https://www.youtube.com/watch?v=p-btPjOp8DA

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Cufenaturo

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Cufenaturo: recipiente usato per lavare i panni ( la culata)

Come la parola cuofeno o cuofano, anche il cufenaturo deriva da latino cophinus. Il cufenaturo vero era un grosso recipiente di terracotta (vedi foto), poi ci sono state le varianti in legno, in rame e di latta, impropriamente fu dato il nome cufenature anche alle varianti in plastica.

E’ sbagliato chiamarlo cufanaturo, tale parola non esiste in nessun dizionario della lingua napoletana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da questo sostantivo deriva il verbo “ ‘ncufanà “ ossia mettere i panni  nel cufenaturo, assestandoli bene.

Il termine Cufenaturo  , anche riferito ad una donna tozza, di bassa statura e di fianchi abbastanza larghi, ma anche ad un grosso deretano come recita  la canzone  popolare Cicerenella, magistralmente interpretata dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare e da altri grandi interpreti della canzone napoletana quali Sergio Bruni e Roberto Murolo.

 

Cicerenella teneva ‘nu culo

Che pareva ‘nu cufenaturo,

Nce faceva ‘a culatella

Chest’è ‘o cufunaturo ‘e Cicerenella.

 

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Scafarèa, Scafareia, Scafareja

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate: 

Scafarèa, Scafareia, Scafareja

La Scafarea o Scafareja è un vaso in terracotta che si allarga verso l’alto, che si usavano, e in alcuni casi si usano tutt’oggi, per mettervi gli alimenti o per conservarli, ma anche nei quali si sminuzza, si lavano ortaggi e stoviglie. Nei più grandi si mettevano in ammollo i panni, in quelli piccoli addirittura si mangiava.  Deriva dal greco Scaphe che si traduce in vaso, tinozza. Anche il latino ha adottato il greco. Infatti si indicavano scaphat i vasi in terracotta. Ancora oggi nei mercatini rionali, sulle bancarelle o nelle vecchie salumerie, specie nella ricorrenza delle festività natalizie non è di rado vedere scafaree piene di papaccecce o sottaceti o olive.

Alcune foto di scafaree tratte liberamente da internet

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Cuofeno, cuofano

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate: 

Cuofeno, cuofano, dal latino cophinus, significa cesta. Il cuofeno infatti è una cesta intrecciata, di determinata misura (c.a 25 kg) e veniva usata soprattutto in edilizia per il trasporto e carico di materiale per l’edilizia o di risulta. Esso era agganciato a una carrucola per raggiungere i piani alti.

In modo traslato, Cuofeno significa una quantità o anche una donna brutta e deforme, associandone la sagoma.