Alifana (L’ALIFANA): la ferrovia di cartone

Alifana (L’ALIFANA): la ferrovia di cartone

L’Alifana …. È un ricordo della mia infanzia, sono nato in Via Arenaccia e ho frequentato l’asilo alla scuola Dante Alighieri  sita in piazza Carlo III; in questa stessa piazza, perché vi erano dei giardinetti, i miei mi portavano a giocare ed io mi incantavo a vederli attraversare da un trenino bicolore, crema e rosso, formato da una motrice ed un rimorchio: l’Alifana, che da molti sentivo dire :” ‘A ferrovia ‘e cartone!”. “‘A ferrovia è cartone? ( la ferrovia di cartone) ?” dicevo tra me e me ” Ma questi sono scemi?   Non vedono che è di ferro?”,   poi un po’ più grandicello mio padre, che era dipendente della azienda tranviaria napoletana e per me considerato un “esperto” ,  mi spiegò tante cose, alcune fantasiose, altre fondate e tecniche e,  oltre a portarmi più volte in esso trenino ed io ero estasiato durante il viaggio, mi raccontò la storia, le origini di questa ferrovia, mi spiegò il percorso  e come ho detto me lo dimostrò praticamente portandomi, e lungo il percorso mi ricordava i posti ed il luoghi che fino allora mi aveva illustrato verbalmente; peccato che allora non ci fossero le macchine fotografiche come si dispone ai nostri giorni e le foto le possono fare anche i ragazzini, come lo ero io allora.    Per prima cosa chiesi del perché essa era chiamata :” ‘a ferrovia ‘e cartone”, e mi fu spiegato che il nome era dovuto per alcune cose quali lo scartamento ridotto dei binari, le carrozze (o rotabili) piccoline e poco il treno bicolore (da web citati)

accoglienti, sedili di legno, pittura non sempre rifatta, entrate senza un porta che le chiudesse, servizi non sempre efficienti e puntuali, linea a binario unico caratterizzato da coincidenze, col sistema del passaggio del “testimone” o del “bastone pilota” come per le corse a staffetta nell’atletica. Consisteva in pratica che  il macchinista di uno dei treni su uno dei tratti in cui era suddivisa la linea, veniva dotato di un bastone (o altro oggetto) opportunamente marcato che rappresentava la “via libera”;  il possesso di tale oggetto autorizzava il macchinista a partire. Giunto nella stazione ove avveniva l’incrocio con altro treno, il macchinista in possesso del bastone lo consegnava al collega del treno incrociante autorizzandolo quindi a partire, questo sistema sebbene poco pratico era abbastanza efficace ed in uso anche per altre tranvie, quali la Provinciale o la Atan.  – il trenino bicolore . Come nacque l’idea della ferrovia e perché “ALIFANA”?  Dalla esigenza di collegare in modo pratico e veloce alcuni comuni dell’alto casertano, dell’agro aversano e dell’interland napoletano con Napoli e nel 1898 viene presentato un progetto che intendeva prolungare la tranvia provinciale, ‘o papunciello”, da Aversa, proveniente da Napoli, fino a Piedimonte d’Alife (dal 1970 Piedimonte Matese), ma il progetto non si concretizzò ma l’idea era partita. Nel 1900, con Regio Decreto, il 1° aprile (non è uno scherzo) fu accordato ad una società tramviaria con sede a Lione (Francia) la concessione per la costruzione e l’esercizio di una linea ferroviaria che collegasse Napoli con Piedimonte d’Alife, da qui il nome di Alifana, tale concessione passò poi nel 1905 alla “Compagnie des Chemins de Fer du Midi et d’Italie” con sede a Parigi anche conosciuta con sigla CFMI: Compagnia delle Ferrovie del Mezzogiorno d’Italia. Il progetto prevedeva due tratte a trazione diversa. –          La prima tratta, detta tratta bassa, a trazione elettrica da Napoli- Santa Maria CV- Biforcazione Capua, essa da  Napoli Piazza Carlo III   toccava le seguenti  19 stazioni: Capodichino, Secondigliano, Piscinola, Marano, Calvizzano, Giugliano, Aversa, Lusciano, Trentola-Ducenta, Frignano, Casaluce, Teverola, Santa Maria Capua Vetere-Sant’Andrea dei Lagni, Curti, San Pietro, Anfiteatro, Biforcazione e Capua. Erano inoltre previste alcune fermate facoltative come a Via Regina Margherita a Secondigliano ed al Ponte di Marano (bivio per Mugnano). –       La seconda tratta, a trazione a vapore da Biforcazione toccava le seguenti stazioni: Sant’Angelo in Formis, San Iorio, Triflisco, Pontelatone, Piana di Caiazzo (oggi Piana di Monteverna), Caiazzo, Villa Ortensia, Alvignano, Dragoni, Alife e Piedimonte d’Alife. Dopo alcune, normali lentezze burocratiche, ma comunque minori di quelle che sorgerebbero ai nostri giorni, si parte con la fase realizzativa ed il 30 marzo 1913 il primo treno parte dalla stazione di piazza Carlo III di Napoli, attraversa la piazza tagliandola in due, con i giardinetti ai due lati per poi raggiungere Capua, inaugurando così la “tratta bassa”, il 5 ottobre 1914, dopo che il 31 dicembre 1913 si era aperto il tratto Capua- Caiazzo, fu finalmente concluso e percorso l’ultimo tratto Caiazzo- Piedimonte.

Ricordo perfettamente i trenini fermi alla stazione vicino alla Chiesa di S. Antonio Abate (Sant’Antuono) su due binari e formati da due carrozze, di cui una era la motrice. Ne ho in mente il percorso effettuato diverse volte nel quale mi accompagnava mio padre, di esso ne sono memore e sicuro fino ad Aversa, per l’altro percorso meno presente nella memoria ho fatto una rinfrescata su internet su due siti di particolare interesse e che invito i lettori di questo articolo a visitare e dai quali sono tratte le foto allegate: http://www.lestradeferrate.it/mono1c.htm ehttp://www.gafa.it/ (già http://www.amicialifana.it/index.htm )  Dalla stazione i due  binari si riunivano in uno solo attraversando Piazza Carlo III°  nella parte centrale  per dirigersi in Via Don Bosco mantenendo la destra ed effettuare la salita verso l’attuale Istituto Don Bosco dove sempre sulla destra c’era  lo Scalo merci,

Scalo Marci (web citato)

da qui la linea entrava in una breve galleria che sottopassava Via Don Bosco (ricordo che lo passavamo per raggiungere il campo di calcio dell’ ENAOLI) per poi risalire verso la collina di Capodichino, poi il sovrapasso di  Via Filippo Maria Briganti con un viadotto di cui sono ancora visibili due arcate. Continuando la salita la linea sbucava su Viale Maddalena andando verso Capodichino parallelamente a Viale Maddalena, la linea raggiungeva la stazione di Capodichino, poi scavalcava Calata Capodichino con un ponte (vedi Calata Capodichino – Strade di Napoli www.napolinelmondo.org) , per dirigersi parallelamente al Corso Secondigliano dove era ubicata la stazione di Secondigliano. Percorrendo la linea  sempre parallelamente al Corso Secondigliano,  essa attraversava Via Regina Margherita con fermata facoltativa alla casa cantoniera. Da qui la linea si dirigeva verso Miano, passando alle spalle  portandosi sul lato sinistro di Via Don Guanella fino alla stazione di Piscinola, ubicata  dove  è l’attuale stazione della linea 1 della metropolitana napoletana. Il percorso proseguiva verso Cupa Filanda per portarsi parallelamente a Via Santa Maria a Cubito fino ad attraversare Via Napoli, la strada che conduce a Mugnano. Qui era presente una casa cantoniera, che svolse il ruolo di fermata facoltativa  per poi raggiungere la stazione di Marano, per giungere alla stazione di Mugnano, all’incrocio con la provinciale Mugnano-Calvizzano. Il percorso seguiva poi l’attuale Corso Europa fino ad attraversare la Circumvallazione Esterna poi la linea proseguiva nel comune di Villaricca seguendo l’attuale Via Domenico Fontana ed entrava  nel comune di Giugliano, dove ovviamente vi  era la stazione di Giugliano. Da qui la linea  giungeva alla periferia di Aversa lambendo l’ippodromo ove c’era la  fermata di Aversa Ippodromo, per poi giungere alla stazione di Aversa. Qui finisce il mio ricordo mnemonico e continuo il tracciato traendolo dalla lettura dei siti web citati.  Uscita così da Aversa, la linea entrava in Lusciano ove era un’altra stazione, proseguiva ancora verso Trentola ove era un’altra stazione per segue la Via Ex Alifana toccando la fermata di San Marcellino. Successivamente la linea attraversava la statale Aversa – Casal di Principe ove era una casa cantoniera oggi distrutta e sottopassava la linea ferroviaria Napoli-Roma, entrando in Frignano: qui era ubicata un’altra stazione. Il percorso dell’Alifana proseguiva poi portandosi a Casaluce, ove era una stazione,da qui il percorso raggiungeva l’Appia ponendosi parallelamente a quest’ultima nel punto in cui era ubicata la stazione di Teverola. Proseguendo lungo l’Appia raggiungeva poi il ponte sui Regi Lagni ove era posta la stazione continuando in maniera rettilinea, la linea giungeva a Sant’Andrea dei Lagni dove vi era la stazione di Santa Maria Capua Vetere-Sant’Andrea dei Lagni,aldilà della stazione, due binari verso sinistra conducevano al deposito dell’Alifana ed all’area alle spalle della stazione FS di Santa Maria Capua Vetere  per giungere a Capua ed io mi fermo qui, in quanto del vecchio tracciato della “tratta alta “non ho ricordi personali e del nuovo tracciato invito di nuovo a visitare i siti web citati. Nel 1955 venne chiusa il capolinea alla stazione di Carlo III ed il capolineo venne ubicato presso lo Scalo merci,

Capolinea allo scalo merco

raccordato alla vecchia stazione con navetta di pulman; lo scalo venne adeguato ad essere capolinea con la costruzione di pensilina e raddoppio di binari, questa fu operante fino al 1970, poi per i lavori della tangenziale il capolinea fu arretato a Capodichino per poi passare nel 1975 a Secondigliano… poi è storia recente .

 http://www.metrocampanianordest.it/home.asp  

Questo articolo è riportato anche nel Libro “Napoli Street” edito dalla Clean e di cui sono l’autore

http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_galario+gennaro-gennaro_galario.htm

Napoli Street

Napoli Street

Gennaro Galario, presidente della Associazione Napoli nel mondo

 

 

 

 

la tratta bassa

 

verso Capodichino

Stazione di Napoli

 

Papunciello

Papunciello

Vorrei con poche note narrare una breve storia del tram soprannominato Papunciello, il tutto si basa su reminescenze infantili  e ricerche  effettuate tra amici più anziani, interrogando appassionati e consultando internet da cui sono state tratte le foto pubblicate. Come già ho avuto modo di scrivere a proposito dell’Alifana,   sono nato in Via Arenaccia  e questa strada era quasi interamente percorsa appunto dai tram della Tranvia Provinciale di Napoli, i ” papuncielli”, appunto. Alcune notizie li ebbi da mio padre, che prima di passare nella tranvia comunale di Napoli (SATN, ATCN poi ATAN, oggi ANM), era stato dipendente della società Tranvie Provinciale di Napoli (SATP poi TPN, oggi CTP), ma all’epoca conosciuta come “la Belga“, infatti la nostra storia inizia a Bruxelles  il giorno 11 giugno 1881 quando Alfonso ed Eduardo Otlet fondano la Societé Anonyme des tramways à vapeur de Naples, concessionaria nell’area suburbana a nord di Napoli di servizi tramviari. Nel  1884 si ha lo scioglimento della Societé Anonyme des tramways à vapeur de Naples e la contestuale costituzione della Societé Anonyme des tramways provinciaux de Naples.

I primi tram erano presumibilmente a vapore, del tipo di quelli illustrati nella prima foto, da qui il nome Papunciello, appunto da vapore. Tra il 1881 e il 1883 la società belga  ovvero  la Société Anonyme des Tramways à vapeur de Naples, costruisce due linee tranviarie che collegano Napoli con alcuni importanti comuni agricoli a Nord del capoluogo, tra cui Casoria, Afragola, Caivano, Giugliano, fino ad Aversa in provincia di Caserta, per un totale di 25 km. Da ognuno di questi comuni e dalla provincia di Napoli l’azienda ottiene una concessione per usare le strade di loro proprietà, dietro versamento di una cauzione. Dopo il fallimento della società nel 1884, le subentra la Société Anonyme des Tramways Provinciaux de Naples (SATP), nella quale negli anni successivi investiranno alcune grandi società finanziarie belghe e tedesche. La SATP gestisce le due linee e realizza alcune diramazioni nel giuglianese e, nel 1886, quella che trasferisce il terminale napoletano delle due linee da Capodichino a Porta Capuana. Negli anni novanta i chilometri di linea sono diventati più di 30; alla fine del secolo, grazie ad una propria centrale termoelettrica, alla Doganella, inizia l’elettrificazione, completata nel 1902. Il movimento passeggeri-traffico è notevole: 132 corse al giorno e circa tre milioni di passeggeri l’anno. Nel 1904 la SATP apre una terza linea, tutta elettrificata: da Napoli, dopo un tratto comune con le altre linee, vengono raggiunti paesi importanti come Arzano, Grumo Nevano e Frattamaggiore; nel 1909 viene realizzata una breve diramazione da Grumo a Casandrino. Nel 1912 è aperto un prolungamento della linea principale da Aversa a Casal di Principe, penetrando per diversi chilometri nella provincia di Caserta. In questo modo l’azienda arriva ad avere una rete di oltre 52 chilometri, di cui circa 42 in provincia di Napoli. Il numero dei passeggeri aumenta costantemente e notevolmente anno dopo anno, fino a superare i 10 milioni nel 1908 e a sfiorare i 13 milioni nel 1913. Questo così cospicuo movimento subirà un inarrestabile e progressivo crollo nel corso della prima guerra mondiale: nel 1918 solo 7,5 milioni di viaggiatori prenderanno i tram dell’azienda.

 Nel 1957 impianti ed esercizi della società belga vengono acquisiti dalle Tramvie Provinciali di Napoli S.p.A. di proprietà esclusiva del Comune di Napoli. Con il passaggio dalla gestione privata a quella pubblica inizia un””intensa attivitàdi rinnovamento ed espansione. In quegli anni la linee vengono ammodernate e potenziate e rinnovato parte del materiale rotabile,  i “papuncielli” provenienti dallo stazionamento di piazza S. Francesco a Porta Capuana,attraversavano il Corso Garibaldi e proseguivano per via E. Bellini per immettersi su via Arenaccia, dopo aver percorso via Arenaccia,  con una fermata al Tiro a Segno (dove hanno sede i vigili del fuoco) si diramavano in due percorsi, il primo passando per la strada che oggi prende il nome di “ex sede tranvia provinciale” raggiungeva viale Maddalena. Il secondo proseguiva diritto per la Calata Capodichino, per incontrarsi in piazza Capodichino (oggi Di Vittorio) per poi proseguire l’una verso San Pietro a Patierno e raggiungere Casoria, Casavatore Afraola  e Caivano, a San Pietro c’era la diramazione della linea che conduceva verso Grumo per poi diramarsi ancora  per Casandrino o per Frattamaggiore;  l’altra, passando per corso Secondigliano raggiungeva gli altri paesi dell’interland quali, per citarne qualcuno, Melito, Giugliano (Colonne), S.Antimo, Aversa fino a Casale di Principe.

 Negli anni che vanno al 1957 al 1976 oltre   l’ammodernamento del vetusto servizio tramviario viene realizzata l’istituzione della filolinea Aversa-Napoli poi con l’acquisizione di gran parte delle autolinee private della provincia di Napoli e Caserta e l’assorbimento delle attività ferroviarie ed automobilistiche della Compagnia Ferroviaria del Mezzogiorno di Italia (CFMI) la linea tranviaria del vecchio papunciello va man mano in disuso fino a scomparire verso la fine del  1977 e nel 1978 la Società per Azioni viene liquidata ed al suo posto si costituisce un Consorzio aperto tra il Comune e la Provincia di Napoli, con quote al 50% , l’Azienda assume la denominazione di Consorzio Trasporti Pubblici di Napoli (C.T.P) ed è l’addio definitivo al PAPUNCIELLO.

Galario Gennaro ©

 fonti: sito mondo tram, sito del Consorzio trasporti provinciali, sito clamfer, sito della Provincia di Napoli;

le foto sono tratte da internet e su ognuna è impressa la fonte e collezione

Questo articolo è riportato anche nel Libro “Napoli Street” edito dalla Clean e di cui sono l’autore

http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_galario+gennaro-gennaro_galario.htm

Napoli Street

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Festa di Piedigrotta e ‘o cuppulone

Festa di Piedigrotta e ‘o cuppulone

La festa di Piedigrotta ha origini antichissime, già nel III secolo d.C. il culto di Maria Vergine si diffuse in tutta la Campania. Nei pressi di Mergellina nel luogo dove la Madonna era apparsa a tre religiosi, fu costruita, nel 1207, una piccola cappella nata, secondo una leggenda nello stesso luogo fu ritrovata anche una icona.

Poi, nel 1353 fu edificato il santuario detto “de pedi grotta”, in quanto si trovava ai piedi della della Crypta Neapolitana (detta anche “Grotta di Pozzuoli” o “Grotta di Posillipo”) che congiungeva Napoli con la zona flegrea, il santuario divenne presto il centro della devozione del borgo marinaro e della sua festa,  fissata l’8 settembre, ovvero il giorno della natività di Maria. La festa andava ogni anno ad espandersi ed avere una maggiore partecipazione di fedeli che giungevano anche dai paesi limitrofi, a volte soggiornandovi per alcuni giorni, fino ad assumere una tale importanza che ad essa alla quale partecipavano anche i reali ed i dignitari del regno, fino ad assumere la qualifica di “festa nazionale” nel 1744 allorquando Carlo III decise di introdurre una parata militare per celebrare la vittoria di Velletri sui tedeschi. Un editto stabilì la festa doveva essere anche popolare e prescriveva l’accensione delle luminarie per cui  era chiesto ai residenti di «addobbare i balconi e di illuminarli sul far della sera» e previsto l’allestimento di carri allegorici.

Piedigrotta PARTICOLARE DI UN CARRO

UNO DEI FAMOSI CARRI DI PIEDIGROTTA

L’8 settembre 1859 si svolse l’ultima parata dei Borbone con 47 battaglioni, 33 squadre d’assalto e 64 pezzi d’artiglieria alle quali seguirono le cannonate dai cinque castelli cittadini. Nel 1888 fu introdotta la sfilata in carrozza, mentre l’edizione del 1902 fu la prima con le lampade a corrente elettrica. Collegata alla festa c’era una spontanea competizione di canti popolar-religiosi, in stile a “cappella”, con ampio spazio a tarantelle e a macchiette basate su strumenti tradizionali popolari e tipici di Napoli, come putipù, triccheballacche, scetavajasse, nacchere oppure tammorre. La vera e propria Piedigrotta musicale, con strumenti classici ed orchestra è datata 1835 e con il passare degli anni ebbe un incremento di canzoni e di consensi tale che i maggiori autori-poeti e musicisti erano orgogliosi di scrivere canzoni da presentare alla manifestazione canora, nascevano le immortali melodie della canzone classica napoletana.

Purtroppo oggi questa festa non c’è più (almeno nella grandezza di allora) non ci sono carri né “cuppulone” non c’è la competizione canora.

 Cosa era ‘o cuppulone?  Era un involucro di cartone o carta pesta – a forma di cono, ma anche cilindrica, o addirittura di un “ cantaro” , ovvero grande pitale con due manici –  addobbato con l’immancabile carta velina, coriandoli e altre cianfrusaglie. Il cuppulone era sospeso con una sottile cordicella a una lunga canna e l’abilità di chi metteva in atto lo scherzo era quella di mettersi dietro alla persona predestinata a subirlo, seguendolo in maniera che questi non s’accorgesse di nulla per poi, al momento opportuno, lo calavano sulla persona. Lo scherzo ovviamente era consentito soltanto nel periodo di Piedigrotta ed era proprio durante la sfilata dei carri che assurgeva quasi a un rito collettivo. Variazione sul tema era quello che veniva calato da un balcone. Il cuppulone  era legato ad una lunga corda e lo si faceva penzolare dal balcone. Individuato’o suggetto si lasciava andare la corda che poi, dopo l’incappucciamento, si ritirava con la massima velocità. Si è tentato più volte di ripristinare la vecchia Festa di Piedigrotta, ma i vari tentativi non fanno sortito le aspettative riposte…alla prossima.

NOTA BENE, le foto sono state liberamente tratte da internet, unica fonte disponibile, grazie a chi le ha rese pubbliche.

 

Linguaggio con mani

Linguaggio con mani

Un gesto vale più di mille parole

 

 

L’uso del linguaggio delle mani è una caratteristica di tutti i popoli mediterranei e certamente una delle immagini oleografiche più note all’estero degli italiani. Ma è all’ombra del Vesuvio che la comunicazione con i gesti assume le forme più eclatanti e bizzarre, fino a  sfiorare l’arte. Riguardo al gesticolare dei napoletani l’autorevole studio del De Jorio 2 benché datato resta ancora un punto di riferimento, da segnalare anche la pubblicazione  del Sorge ” Comme te l’aggia dicere?”3

 Passeggiando per Napoli vi capiterà sicuramente di incontrare un napoletano intento in un’accesa conversazione telefonica con l’ormai immancabile cellulare,  fermatevi un paio di minuti ed assistere alla frenetica ed incomprensibile danza che la mano libera compie nell’aria! Dita chiuse che poi si aprono improvvisamente, rotazioni del palmo della mano, invisibili geometrie tracciate e poi ridisegnate, movimenti ritmici che accompagnano ogni frase pronunciata, con lo scopo di rendere più chiaro il discorso all’interlocutore posto all’altro capo della linea .Ebbene, se siete napoletani, anche a distanza  potreste capire il tema della discussione e forse anche le conclusioni della stessa solo dalla mimica e l’espressione del volto. In periodi di protezione della privacy e dei dati sensibili il mezzo di comunicazione preferito da noi Napoletani, le mani, non è certo il più sicuro. Eppure ce ne serviamo quotidianamente, in ogni situazione anche quando l’evidente barriera di un collegamento telefonico ne renderebbe superfluo l’uso.  Quante volte vi sarà capitato di assistere in qualche vicolo di Napoli alla conversazione a distanza tra due abitanti del popolo che nel giro di pochi secondi si scambiavano articolati dialoghi, spesso liste della spesa e finanche pettegolezzi sul vicino di casa. Oppure mamme infuriate che richiamavano all’ordine un numero imprecisato di figli ed amici dei figli con semplici gesti, ma quanto eloquenti! A volte la stessa mimica facciale di due passeggeri in un autobus con un complicato intreccio di sguardi ed ammiccamenti lasciava intendere tutto sul malcapitato terzo passeggero soggetto dei loro pettegolezzi. La pratica quotidiana è, dunque, la nostra maestra: giorno dopo giorno, a scuola, in famiglia, per strada, ogni conversazione è accompagnata dall’azione esemplificativa delle mani e così, col tempo, si raffinano le forme verbali, si arricchisce il vocabolario, si appuntano le sfumature.

Ma provate a costringere un napoletano, meglio ancora se convinto oratore, a recitare un qualunque discorso senza far uso delle mani. Se vi capita di inscenare questo simpatico esperimento, consiglierei di legare le mani alla cavia per garantire una maggiore sicurezza. Ebbene, la sua capacità oratoria ne sarebbe profondamente limitata, quasi come se una fondamentale porzione dei centri del linguaggio fosse stata amputata.

Prima di cominciare soltanto un ultimo appunto per ricordare che la gestualità napoletana è principalmente di tipo simbolico, piuttosto che mimico.

Se doveste incontrare un napoletano nella sua città o altrove forse potrebbe tornare utile avere un “vocabolario” minimo e sufficientemente attendibile per una conversazione d’emergenza, quello che segue ne è una piccola sintesi. Le immagini di seguito raffigurati

sono tipici nel napoletano, benché alcuni di essi siano presenti in tutto il meridione d’Italia se non addirittura nell’intera penisola.

 

 

Ma che ‘vvuò?Ma cosa stai dicendo?” – Il pollice viene unito a tutte le dita della mano rivolte verso l’alto ed il polso oscilla ripetutamente puntando la spalla. Riferito a persone che parlano tanto senza farsi comprendere

Cosa vuoi?” – Spesso però può essere molto piu’ di una domanda, perché sottindende un tono minaccioso, quasi di sfida lanciata a chi magari ti sta guardando e per questo molestando.

 

   
   

 

‘E ‘ccorna – Tiene ‘e ‘ccorna”(Hai le corna) – Questo forse e’ uno dei gesti che è bene imparare subito, benchè sia uno dei più popolari e noti. Se rivolto ad un maschio è l’offesa peggiore che possa essere arrecata, perche’ significa che la compagna lo tradisce.

Uocchio e maluocchio” (Scongiuri) – Se invece rivolto verso il basso ha un significato scaramantico. Spesso può capitare di notarlo se nei paraggi si aggira un portatore di malocchio.

 

 

Se t’acchiappo/MannaggiaSe ti prendo poi vedi che ti faccio! La mano posta in mezzo ai denti serve quasi a frenare la lingua dalle intenzioni minacciose di chi fa questo gesto. Spesso usato dalle mamme per tenere a bada i propri figli, che ben sanno che alle minacce non seguiranno mai i fatti.

Invece, se all’atto del mordere è associato un movimento ondulatorio del capo può anche assumere il significato di “Mannaggia!”

 

 

Si n’allocco, nu’ turzoSei un allocco, uno sciocco – L’avambraccio è posto ben in evidenza ed in posizione verticale mentre la mano ruota lungo l’asse maggiore dello stesso. Gesto rivolto a persone ritenute creduloni e facilmente raggirabili.
  Ma chi t’ha fatto fa’?

Le mani giunte vengono portate al torace e poi allontanate ripetutamente. È un gesto dai molti significati, per la cui comprensione è fondamentale il contesto in cui viene fatto e l’espressione del viso.

Può indicare impazienza, “Ti vuoi muovere?”, ma anche rassegnazione e principio di rabbia quando non si hanno più risorse: “Ma cosa vuoi ancora da me?”. Spesso è anche impiegato col significato di “Ma chi te lo ha fatto fare?”, in questo caso l’ampiezza delle oscillazioni è più contenuta, ma la frequenza maggiore.

  S’hanno accucchiate!

Hanno fatto combutta: usato per indicare che due persone se la intendono. Può essere riferito a due amanti, ma più spesso a due tipi che uniscono le loro forze per scopi che possono anche essere poco legali!

  Amici per la pelle

 

Stabilire un’amicizia duratura. Gesto alquanto diffuso in tutto il mondo e non necessariamente legato all’ambito culturale napoletano. Spesso anche conosciuto tra i bambini, da una certa generazione in poi, come “flic e floc” e serve per sancire un patto indissolubile.

  ** liberamente tratti da internet

 


2   De Jorio A., 1832, « La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano », A. Forni  Ed. Paura B.

3   Sorge M., 1999,“Comme te l’aggia dicere”, Intra Moenia , Napoli

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L’arte del pizzaiolo napoletano è patrimonio culturale dell’umanità

L’arte del pizzaiolo napoletano è patrimonio culturale dell’umanità

L’Unesco consacra la pizza: l’arte del pizzaiolo napoletano è patrimonio culturale dell’umanità

Lo annuncia il  Ministro Martina su twitter.  Da oggi 07/12/2017 la pizza è il settimo “tesoro” italiano ad essere iscritto nella Lista del patrimonio  immateriale dell’Unesco. Gli altri riconoscimenti italiani sono: l’Opera dei pupi (iscritta nel 2008), il Canto a tenore (2008), la Dieta mediterranea (2010) l’Arte del violino a Cremona (2012), le macchine a spalla per la processione (2013) e la vite ad alberello di Pantelleria (2014).

Questo è l’annuncio del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina su Twitter. “Vittoria! Identità enogastronomica italiana sempre più tutelata nel mondo”.

La proclamazione , a Jeju, in Corea del Sud,  con voto unanime del Comitato di governo dell’Unesco per l’unica candidatura italiana, riconoscendo che la creatività alimentare della comunità napoletana  unica al mondo.

Subito dopo la proclamazione, in sala è scoppiato un lungo e fragoroso applauso che ha festeggiato il successo italiano a lungo atteso, e molti dei delegati presenti sono venuti ad abbracciare i rappresentanti italiani che nella lunga notte del negoziato finale hanno stretto in mano un cornetto napoletano porta fortuna, rosso come tradizione impone.

Soddisfazione espressa sia dal delegato Alfonso Pecoraro Scanio, già Ministro delle Politiche Agricole e dell’Ambiente, e promotore della petizione per portare la pizza nel patrimonio Unesco, che dagli altri rappresentati le Istituzioni.

Dal ministro per i Beni culturali Dario Franceschini: “L’arte dei pizzaiuoli napoletani è Patrimonio Immateriale dell’Umanità!  Un riconoscimento per Napoli e l’Italia intera mentre sta per iniziare il 2018 #annodelciboitaliano #PizzaUnesco”.

Dal sindaco Luigi de Magistris: “Riconoscimento storico: grazie ai pizzaioli napoletani, che vivono ed operano a Napoli e in tutto il mondo, grazie a tutti quelli che hanno firmato per questa petizione. È il segno della potenza di Napoli attraverso la sua arte, la sua cultura, le sue tradizioni, le sue radici, la sua creatività, la sua fantasia. Una grande vittoria per Napoli e per la pizza napoletana”.

Dal presidente della Regione Vincenzo De Luca  che ha commentato : “E’ un grande riconoscimento per l’Italia, per Napoli e la Regione Campania, la Campania è il luogo in cui l’eccellenza alimentare diventa cultura, questo è quanto dimostra il riconoscimento dell’Arte del Pizzaiuolo quale Patrimonio Immateriale dell’Unesco. Per il futuro la Campania deve muoversi nel sentiero di una valorizzazione innovativa del suo patrimonio, capace di unire la storia millenaria del territorio alla creatività di artigiani e famiglie”

Ma la soddisfazione è di una intera Città, una intera Regione e di tutti i Napoletani nel mondo.

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Modi di dire a Napoli

Modi di dire a Napoli

Modi di dire a Napoli: Libbàrda /labbàrda

 

Libbàrda /labbàrda : alabarda

 

Il dizionario Treccani definisce alabarda (ant. labarda) s. f. [dal medio ted. helmbart «ascia di combattimento»]. – Arma bianca lunga da punta e da taglio, costituita da un’asta di legno lunga circa m 1,70, che porta a un’estremità, nella sua forma più tipica, una lama larga e tagliente guarnita da una specie di scure da un lato, e da una punta uncinata uncinata dall’altro; fu arma preferita dalle fanterie svizzere, divenuta nel Seicento arma da parata, e ora in dotazione soltanto alla Guardia Svizzera del Vaticano.

A Napoli era una arma in dotazione delle truppe spagnole durante i vicereami spagnoli e poiché era abbastanza alta, i soldati la lasciavano appoggiata ai muri esterni di una locanda o di una casa.

Chella ‘a mise ‘a labbarda ‘a porta: si riferiva ad una donna che era solita ricevere nel suo talamo uno o più soldati spagnoli; altro modo di dire per prostituta.

mettere ‘a labbàrda ‘a porta: significava prostituirsi.

Appoialibbarda: modo ingiurioso di appellare uno scroccatore, sfruttatore o a chi si sbafa a spese di altri; deriva dal fatto che i soldati spagnoli, appoggiata la alabarda al muro esterno della casa, sedevano prepotentemente e senza chiedere permesso alla  tavola senza essere invitati.