La terza ampolla con il sangue di San Gennaro

La terza ampolla con il sangue di San Gennaro

Quello che pochi napoletani sanno 

La terza ampolla con il sangue di San Gennaro 

Pochi, se non pochissimi, napoletani sanno che le ampolle contenenti il sangue di San Gennaro sono tre e non le notoriamente due custodite nel Duomo di Napoli. Si sono tre, la terza ampolla è custodita nel Complesso Monumentale Vincenziano, nel cuore del Rione Sanità. L’esistenza della teca, che si aggiunge alle due collocate all’interno del Duomo partenopeo, è stata scoperta soltanto di recente, nascosta nella Cappella delle Reliquie ed ufficialmente certificata dalla Santa sede, con un attestato di autenticità.  Questa terza ampolla  contenente il sangue del Santo Patrono, all’interno della quale si svolge ugualmente il miracolo della liquefazione,  è custodita nel Complesso Monumentale Vincenziano al Borgo Vergini, nel cuore del Rione Sanità ( Via Vergini,54). Essa è custodita in una apposita cappella all’interno del complesso, la Cappella delle reliquie, in cui sono conservate, oltre alla ampolla varie reliquie e tra l’alto uno zucchetto di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la tela dell’anima dannata.

La scoperta dalla terza ampolla si deve ai ricercatori dell’associazione GettaLaRete. (www.gettalarete.it ).

Il Complesso Monumentale Vincenziano (detta anche Casa/Chiesa della Missione o dei Vergini) è Casa dei Padri Missionari Vincenziani, esso nasce nel 1669, nell’antico Borgo Vergini di Napoli sui resti del convento trecentesco dei Padri Crociferi, ordine ospedaliero di origine medievale, le cui vestigia sono ancora riconoscibili nell’antica cripta. Il primo missionario vincenziano ad arrivare a Napoli nel 1668 fu Cosimo Galilei, nipote diretto di Galileo Galilei. Cosimo, primo superiore della nuova Casa Missionaria, era custode delle carte e dei manoscritti del “Galileo”. Nel grande Refettorio ci sta la grande tela “La Cena di Gesù dal ricco fariseo”, del pittore napoletano Gerolamo Cenatiempo (1741).  Da notare che la Cappella delle Reliquie, realizzata da Luigi Vanvitelli, è stata aperta al pubblico, grazie alla associazione Getta la Rete.  Ritornando alla terza ampolla, si è detto che è ufficialmente certificata, infatti al momento del suo ritrovamento era corredata di un documento d’epoca, un’autentica del Vescovo di Ferentino datata 1793, in cui viene specificata la donazione ai Padri della Congregazione della Missione di Napoli. (vedi foto in evidenza). Oltre alla Cappella delle Reliquie, fanno parte del Complesso Monumentale Vincenziano anche la Cripta medievale (dove sono visibili le murature medievali del convento dei Crociferi) sotto la chiesa di San Vincenzo de’ Paoli.Per visite contattare 347606947,338448981.

San Gennaro non finisce mai di stupirci, infatti molti sanno della festa di San Gennaro a New York (Brooklyn) e che la chiesa del Preziosissimo Sangue, costruita tra il 1891 e il 1904, è la chiesa cattolica di New York, che ospita il santuario di San Gennaro, ma pochi ancora sanno che nella cittadina di Naples  (una delle Napoli nel mondo) che si trova nello stato di New York (USA) ci sta la  basilica di San Gennaro, come riportato nella foto che è qui esposta.

St. Janurius Church Our Lady Of The Grapes Shrine The Grape Grotto Naples, NY

Basilica di San Gennaro, Naples-NY (USA)

 

Fonte: http://www.napolinelmondo.org/public/wp/chiesa-san-gennaro-st-januarius-napoli-new-york/

 

 

 

firmato: Gennaro Galario (presidente Associazione Napoli nel Mondo)

 

Verularo, verola

Verularo, verola

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate: 

Verularo, verola 

Il “verularo”, è la padella bucherellata per arrostire castagne, da alcuno detto anche, vurularo pronunciando la u al posto della e.

La parola deriva da “verola” che in napoletano sta per “castagna arrostita, caldarrosta” e A. Altamura, lo fa derivare dal latino viria. (A. Altamura, Dizionario napoletano, pag 374- Ed. Fiorentino,Napoli)

Quindi il verularo è associato alla voce verola come riferimento all’ attrezzo  per fare le castagne arrosto, esso attrezzo è anche citato in una poesia di Raffaele Viviani: ‘A Fattura.’

– “ Rastula ‘e specchio, seccame a Gennaro:

cu ‘e ragge ‘e sole fammelo abbruscia’

Comme e castagne dint’ ‘o verularo

ll’ossa arrustenno aggia senti’ ‘e schiuppa’.

Siccalo l’uocchie quanno ‘a tene mente,

siccalo ‘o sciato quanno ‘a vò chiammà!

Abbrustuluto comm’ ‘a na semmenta

‘a capo a pede falle addeventà! “

 

In alcuni paesi della Campania il verularo in una forma più dialettale è chiamato Vrolera.

In un comune della Campania, Castiglione del Genovesi, comune composta  da 1.380 abitanti  che si  trova nella provincia di Salerno che fa parte della Comunità montana Monti Picentini, ogni novembre si svolge la Festa della “vrolera”:  Sagra con castagne e vino novello.

Verularo, verola

Ruagno o ruagna

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Ruagno o ruagna

Era un oggetto in genere di terracotta chiamato appunto “ruagna”, che poteva essere una tazzina o altro, ma comunque sempre di bassissima qualità.

Alcune ricerche brancolano nel buio al riguardo della etimologia e origini della parola, penso si possa aderire all’ipotesi che fa derivare questa parola dal termine greco ruas che indica lo scorrere, in quanto in questi oggetti di terracotta si facevano scorrere i liquidi.

 L’uso di questi contenitori di terracotta più comune divenne quello di essere un vaso da notte, per cui  con il termine ruagno o ruagna si identificava un pitale o un  piccolo vaso da notte.

La espressione dispregiativa “si ‘na scarda ’e ruagno ” stava  a significare che non valevi nulla essendo un “frammento (scarda) di un pitale”

Verularo, verola

Pastenà, pasteno

Pastenà sta per piantare, seminare, trapiantare, deriva dal latino pastinare.

‘O pasteno invece è la piantagione dal latino pastinum

Pastenaturo è il piantatoio

Da Tammurriata Nera (Nicolardi, E A Mario) :” Addò pastìne ‘o ggrano, ‘o ggrano cresce, riesce o nun riesce, sempe è grano chello ch’esce”

Ovvero:” dove semini grano, grano cresce, riesce o non riesce , sempre grano è quello che alla fine esce”

Da Mmiezo ‘grano (Nicolardi, Nardella): “E ‘a sera, sott’ ‘o pásteno d’ ‘e mméle annurche, passa stu core sempe gióvane ca ride e ch’arrepassa (1).”

Ovvero: “ E la sera, sotto gli alberi delle mele annurca, passa questo cuore sempre giovane che ride e che inganna.” (1)

  • (1) Arrepassa, da arrepassà, ovvero burlare, prendersi gioco, inganannare.

Napoli : Il Natale più bello del mondo

Napoli : Il Natale più bello del mondo

IL NATALE PIU’ BELLO DEL MONDO ,

Lo  dicono, dando il titolo al loro video, i registi Annalisa Losacco e Eugenio Monghi, coniugi varesini, entrambi autori del video andato in onda il giorno 24/12/2018 nel corso della trasmissione Geo & Geo su Rai 3.

Noi vogliamo omaggiare questo bellissimo video pubblicandolo sul nostro sito (non senza  prima averne chiesto il permesso) perché venga visto dagli utenti del nostro sito, ma anche perché  sembra stato girato apposta per me, Galario Gennaro, presidente della Associazione “Napoli nel mondo” di cui il sito è l’espressione.

Proprio una settimana prima sono stato nei luoghi oggetti del filmato in quanto mia figlia ed io abbiamo portato in giro un amico maltese in visita a Napoli.

La prima tappa fu presso la Chiesa di Santa Marta in via San Sebastiano ove si svolgeva la Mostra di Arte Presepiale, a cura della A.P.N (Associazione Presepistica Napoletana), giunta alla XVII edizione. Opere bellissime di alta preziosità artistica, tra le quali ci colpì particolarmente una a forma triangolare, visitabile da tutti i lati e che esprimeva aspetti di vita napoletana e da un balcone aperto si vedeva un presepe: ‘o presepio d’into ‘o presepio.

Dopo il giro dovuto  ai decumani, San Gregorio Armeno e dintorni, siamo stati da Nennella a mangiare la Pasta e Patate con la provola e poi una visita da Tallarico per gli ombrelli, a Toledo abbiamo preso la metro per poi infine  prendere un buon caffè.

 

‘ O TARTARUGARO, il tartarugaio

‘ O TARTARUGARO, il tartarugaio

Il tartarugaio era un  artigiano che lavorava il guscio di tartaruga ricavando svariati oggetti, dai più comuni a quelli di grandissimo valore. Quest’arte, bisogna chiamarla così, si sviluppa in Napoli dal 1600 circa, con produzione di opere pregiatissime quali cornici, intarsi con tartaruga e madreperla. Uno dei più famosi tartarugai  fu  un certo Giuseppe Serao che negli anni 30 del 18° secolo era famosissimo e nel 1734, diventato re Carlo III di Borbone volle che avesse il suo laboratorio adiacente alle mura del Palazzo Reale di Napoli. Questa arte ora scomparsa, io la ricordo. Un fratello di mia madre, il primo fratello, nato nella seconda metà dell’800 era un “tartarugaro”, si chiamava Vincenzo Esposito ed aveva il suo laboratorio presso la sua abitazione, ovvero faceva “casa e puteca” in Salita Cariati 29, nei Quartieri spagnoli nei pressi della Chiesa S.Maria del Carmine alla Concordia. Mi ricordo che mia madre mi ci portava almeno ogni mese ed io mi incantavo a vedere questo zio lavorare, ma molto spesso mi divertivo a giocare nel giardino interno al palazzo, dotato di alberi di agrumi ed io giocavo con un gatto, un castrato ma così giochellerone. Pigliavo i mandarini o gli aranci piccoli e li usavo come pallina, divertendo il gatto e me ma facendo arrabbiare la zia Elvira, moglie di mio zio. La produzione dello zio consisteva soprattutto di oggettistica personale o per la casa, quali portasigarette,manici di ombrelli, cornici, pettini o meglio “pettenesse”, cornici portaritratti, scatole portaoggetti, montature per occhiali e tanto altro. I manici di ombrelli venivano forniti alla ditta Talarico, famosa costruttrice di ombrelli.Ricordo vagamente le vasche  di ammollo e una pressetta, poi i mie ricordi si perdono, questo zio agli inizi degli anni ‘50 (credo 1953) ci lasciò e da allora non ho mai più visto qualcuno lavorare il guscio di tartaruga o meglio testuggine.