Alifana (L’ALIFANA): la ferrovia di cartone

Alifana (L’ALIFANA): la ferrovia di cartone

L’Alifana …. È un ricordo della mia infanzia, sono nato in Via Arenaccia e ho frequentato l’asilo alla scuola Dante Alighieri  sita in piazza Carlo III; in questa stessa piazza, perché vi erano dei giardinetti, i miei mi portavano a giocare ed io mi incantavo a vederli attraversare da un trenino bicolore, crema e rosso, formato da una motrice ed un rimorchio: l’Alifana, che da molti sentivo dire :” ‘A ferrovia ‘e cartone!”. “‘A ferrovia è cartone? ( la ferrovia di cartone) ?” dicevo tra me e me ” Ma questi sono scemi?   Non vedono che è di ferro?”,   poi un po’ più grandicello mio padre, che era dipendente della azienda tranviaria napoletana e per me considerato un “esperto” ,  mi spiegò tante cose, alcune fantasiose, altre fondate e tecniche e,  oltre a portarmi più volte in esso trenino ed io ero estasiato durante il viaggio, mi raccontò la storia, le origini di questa ferrovia, mi spiegò il percorso  e come ho detto me lo dimostrò praticamente portandomi, e lungo il percorso mi ricordava i posti ed il luoghi che fino allora mi aveva illustrato verbalmente; peccato che allora non ci fossero le macchine fotografiche come si dispone ai nostri giorni e le foto le possono fare anche i ragazzini, come lo ero io allora.    Per prima cosa chiesi del perché essa era chiamata :” ‘a ferrovia ‘e cartone”, e mi fu spiegato che il nome era dovuto per alcune cose quali lo scartamento ridotto dei binari, le carrozze (o rotabili) piccoline e poco il treno bicolore (da web citati)

accoglienti, sedili di legno, pittura non sempre rifatta, entrate senza un porta che le chiudesse, servizi non sempre efficienti e puntuali, linea a binario unico caratterizzato da coincidenze, col sistema del passaggio del “testimone” o del “bastone pilota” come per le corse a staffetta nell’atletica. Consisteva in pratica che  il macchinista di uno dei treni su uno dei tratti in cui era suddivisa la linea, veniva dotato di un bastone (o altro oggetto) opportunamente marcato che rappresentava la “via libera”;  il possesso di tale oggetto autorizzava il macchinista a partire. Giunto nella stazione ove avveniva l’incrocio con altro treno, il macchinista in possesso del bastone lo consegnava al collega del treno incrociante autorizzandolo quindi a partire, questo sistema sebbene poco pratico era abbastanza efficace ed in uso anche per altre tranvie, quali la Provinciale o la Atan.  – il trenino bicolore . Come nacque l’idea della ferrovia e perché “ALIFANA”?  Dalla esigenza di collegare in modo pratico e veloce alcuni comuni dell’alto casertano, dell’agro aversano e dell’interland napoletano con Napoli e nel 1898 viene presentato un progetto che intendeva prolungare la tranvia provinciale, ‘o papunciello”, da Aversa, proveniente da Napoli, fino a Piedimonte d’Alife (dal 1970 Piedimonte Matese), ma il progetto non si concretizzò ma l’idea era partita. Nel 1900, con Regio Decreto, il 1° aprile (non è uno scherzo) fu accordato ad una società tramviaria con sede a Lione (Francia) la concessione per la costruzione e l’esercizio di una linea ferroviaria che collegasse Napoli con Piedimonte d’Alife, da qui il nome di Alifana, tale concessione passò poi nel 1905 alla “Compagnie des Chemins de Fer du Midi et d’Italie” con sede a Parigi anche conosciuta con sigla CFMI: Compagnia delle Ferrovie del Mezzogiorno d’Italia. Il progetto prevedeva due tratte a trazione diversa. –          La prima tratta, detta tratta bassa, a trazione elettrica da Napoli- Santa Maria CV- Biforcazione Capua, essa da  Napoli Piazza Carlo III   toccava le seguenti  19 stazioni: Capodichino, Secondigliano, Piscinola, Marano, Calvizzano, Giugliano, Aversa, Lusciano, Trentola-Ducenta, Frignano, Casaluce, Teverola, Santa Maria Capua Vetere-Sant’Andrea dei Lagni, Curti, San Pietro, Anfiteatro, Biforcazione e Capua. Erano inoltre previste alcune fermate facoltative come a Via Regina Margherita a Secondigliano ed al Ponte di Marano (bivio per Mugnano). –       La seconda tratta, a trazione a vapore da Biforcazione toccava le seguenti stazioni: Sant’Angelo in Formis, San Iorio, Triflisco, Pontelatone, Piana di Caiazzo (oggi Piana di Monteverna), Caiazzo, Villa Ortensia, Alvignano, Dragoni, Alife e Piedimonte d’Alife. Dopo alcune, normali lentezze burocratiche, ma comunque minori di quelle che sorgerebbero ai nostri giorni, si parte con la fase realizzativa ed il 30 marzo 1913 il primo treno parte dalla stazione di piazza Carlo III di Napoli, attraversa la piazza tagliandola in due, con i giardinetti ai due lati per poi raggiungere Capua, inaugurando così la “tratta bassa”, il 5 ottobre 1914, dopo che il 31 dicembre 1913 si era aperto il tratto Capua- Caiazzo, fu finalmente concluso e percorso l’ultimo tratto Caiazzo- Piedimonte.

Ricordo perfettamente i trenini fermi alla stazione vicino alla Chiesa di S. Antonio Abate (Sant’Antuono) su due binari e formati da due carrozze, di cui una era la motrice. Ne ho in mente il percorso effettuato diverse volte nel quale mi accompagnava mio padre, di esso ne sono memore e sicuro fino ad Aversa, per l’altro percorso meno presente nella memoria ho fatto una rinfrescata su internet su due siti di particolare interesse e che invito i lettori di questo articolo a visitare e dai quali sono tratte le foto allegate: http://www.lestradeferrate.it/mono1c.htm ehttp://www.gafa.it/ (già http://www.amicialifana.it/index.htm )  Dalla stazione i due  binari si riunivano in uno solo attraversando Piazza Carlo III°  nella parte centrale  per dirigersi in Via Don Bosco mantenendo la destra ed effettuare la salita verso l’attuale Istituto Don Bosco dove sempre sulla destra c’era  lo Scalo merci,

Scalo Marci (web citato)

da qui la linea entrava in una breve galleria che sottopassava Via Don Bosco (ricordo che lo passavamo per raggiungere il campo di calcio dell’ ENAOLI) per poi risalire verso la collina di Capodichino, poi il sovrapasso di  Via Filippo Maria Briganti con un viadotto di cui sono ancora visibili due arcate. Continuando la salita la linea sbucava su Viale Maddalena andando verso Capodichino parallelamente a Viale Maddalena, la linea raggiungeva la stazione di Capodichino, poi scavalcava Calata Capodichino con un ponte (vedi Calata Capodichino – Strade di Napoli www.napolinelmondo.org) , per dirigersi parallelamente al Corso Secondigliano dove era ubicata la stazione di Secondigliano. Percorrendo la linea  sempre parallelamente al Corso Secondigliano,  essa attraversava Via Regina Margherita con fermata facoltativa alla casa cantoniera. Da qui la linea si dirigeva verso Miano, passando alle spalle  portandosi sul lato sinistro di Via Don Guanella fino alla stazione di Piscinola, ubicata  dove  è l’attuale stazione della linea 1 della metropolitana napoletana. Il percorso proseguiva verso Cupa Filanda per portarsi parallelamente a Via Santa Maria a Cubito fino ad attraversare Via Napoli, la strada che conduce a Mugnano. Qui era presente una casa cantoniera, che svolse il ruolo di fermata facoltativa  per poi raggiungere la stazione di Marano, per giungere alla stazione di Mugnano, all’incrocio con la provinciale Mugnano-Calvizzano. Il percorso seguiva poi l’attuale Corso Europa fino ad attraversare la Circumvallazione Esterna poi la linea proseguiva nel comune di Villaricca seguendo l’attuale Via Domenico Fontana ed entrava  nel comune di Giugliano, dove ovviamente vi  era la stazione di Giugliano. Da qui la linea  giungeva alla periferia di Aversa lambendo l’ippodromo ove c’era la  fermata di Aversa Ippodromo, per poi giungere alla stazione di Aversa. Qui finisce il mio ricordo mnemonico e continuo il tracciato traendolo dalla lettura dei siti web citati.  Uscita così da Aversa, la linea entrava in Lusciano ove era un’altra stazione, proseguiva ancora verso Trentola ove era un’altra stazione per segue la Via Ex Alifana toccando la fermata di San Marcellino. Successivamente la linea attraversava la statale Aversa – Casal di Principe ove era una casa cantoniera oggi distrutta e sottopassava la linea ferroviaria Napoli-Roma, entrando in Frignano: qui era ubicata un’altra stazione. Il percorso dell’Alifana proseguiva poi portandosi a Casaluce, ove era una stazione,da qui il percorso raggiungeva l’Appia ponendosi parallelamente a quest’ultima nel punto in cui era ubicata la stazione di Teverola. Proseguendo lungo l’Appia raggiungeva poi il ponte sui Regi Lagni ove era posta la stazione continuando in maniera rettilinea, la linea giungeva a Sant’Andrea dei Lagni dove vi era la stazione di Santa Maria Capua Vetere-Sant’Andrea dei Lagni,aldilà della stazione, due binari verso sinistra conducevano al deposito dell’Alifana ed all’area alle spalle della stazione FS di Santa Maria Capua Vetere  per giungere a Capua ed io mi fermo qui, in quanto del vecchio tracciato della “tratta alta “non ho ricordi personali e del nuovo tracciato invito di nuovo a visitare i siti web citati. Nel 1955 venne chiusa il capolinea alla stazione di Carlo III ed il capolineo venne ubicato presso lo Scalo merci,

Capolinea allo scalo merco

raccordato alla vecchia stazione con navetta di pulman; lo scalo venne adeguato ad essere capolinea con la costruzione di pensilina e raddoppio di binari, questa fu operante fino al 1970, poi per i lavori della tangenziale il capolinea fu arretato a Capodichino per poi passare nel 1975 a Secondigliano… poi è storia recente .

 http://www.metrocampanianordest.it/home.asp  

Questo articolo è riportato anche nel Libro “Napoli Street” edito dalla Clean e di cui sono l’autore

http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_galario+gennaro-gennaro_galario.htm

Napoli Street

Napoli Street

Gennaro Galario, presidente della Associazione Napoli nel mondo

 

 

 

 

la tratta bassa

 

verso Capodichino

Stazione di Napoli

 

Napoli, mito sportivo e non: dalle Sebastà (Isolimpiadi) al Napoli

Napoli, mito sportivo e non: dalle Sebastà (Isolimpiadi) al Napoli

Napoli  Mito sportivo

Sabato 27/01/2018, io ed il mio nipote quasi diciannovenne, abbiamo trascorso una giornata “napoletana”. Per prima cosa ci siamo recati al MANN (Museo Archeologico Nazionale Napoli) dove abbiamo visto la ricca collezione di reperti, la maggior parte portati nella nostra città da Carlo III di Borbone, regalatogli dalla madre Elisabetta Farnese; visti quelli trovati dagli scavi archeologici in Campania, visitato la parte egizia, della quale si dice che dopo Cairo e Torino è la più ricca di tali reperti ci siamo soffermati a quelli trovati a Napoli, da cui si ribadisce l’origine greca ma si evince che anche in epoca romana a Napoli la lingua ufficiale era quella greca. Addirittura Napoli era l’unica città al di fuori della Grecia nella quale avevano luogo le Isolimpiadi o Sebastà (Italikà Rhomania Sebastà Isolympia), come riporta la targa nel museo e di cui trattammo in passato nel nostro sito.

Nello stesso Maan, in tre sale al pianterreno, abbiamo visitato la mostra “Il Napoli nel mito” dove la storia della nostra squadra è illustrata attraverso maglie, palloni, gadget, pagine di giornali, foto d’epoca, filmati, il tutto da far rivivere momenti di ricordi sportivi. Peccato non ci fosse il francobollo commemorativo che le Poste Italiane stamparono in occasione del primo scudetto e che pubblico tra le foto.

Ad esempio io ho ricordato la mia prima partita ufficiale, quella del 06 dicembre 1959, ovvero la inaugurazione del San Paolo, che vide la vittoria del Napoli per 2 a 1 sulla Juventus, ero in curva A, quella dove fu realizzato il gol del 2 a 0 ad opera di Vinicio.  Altro amarcord, la prima Coppa Italia vinta a Roma contro la Spal, ed io ci fui anche perché quella giornata rappresenta una pietra miliare nella mia vita, ero a Roma con mia madre in quanto ci eravamo recati presso la Ambasciata del Canada per passare le visite mediche ed ottenere il visto d’ingresso in quel paese, per raggiungere mio fratello, Galario Salvatore (in maglia gialla nella foto con il Ciuccio), che già viveva qui dal 1958.

E che dire poi del periodo d’oro, quello del grande Diego e l’emozione di vedere la maglie con lo scudetto e tanti ricordi.

Aggiungo alle foto scattate alla mostra, quelle da me possedute: i francobolli, i biglietti della Coppa Uefa, tra cui quelli del 1988/89: juve, Bayern e finale con lo Stoccarda e la foto con il ciuccio di tifosi italiani e Napoletani a Toronto in occasione di una amichevole che il Napoli disputò nell’estate 1966 contro l’Indipendiente, per la cronaca la partita finì 1 a 1, in porta del Napoli c’era Bandoni

 

 

 

 

La giornata è proseguita con una buona pizza, non poteva essere altrimenti, ed un giro tra i Decumani partendo dalle mura greche di piazza Bellini, percorso via Tribunali, Via S. Gregorio Armeno, San Biagio dei Librai, una sosta per un caffè a piazza S. Domenico e terminato in piazza del Gesù.

Festa di Piedigrotta e ‘o cuppulone

Festa di Piedigrotta e ‘o cuppulone

La festa di Piedigrotta ha origini antichissime, già nel III secolo d.C. il culto di Maria Vergine si diffuse in tutta la Campania. Nei pressi di Mergellina nel luogo dove la Madonna era apparsa a tre religiosi, fu costruita, nel 1207, una piccola cappella nata, secondo una leggenda nello stesso luogo fu ritrovata anche una icona.

Poi, nel 1353 fu edificato il santuario detto “de pedi grotta”, in quanto si trovava ai piedi della della Crypta Neapolitana (detta anche “Grotta di Pozzuoli” o “Grotta di Posillipo”) che congiungeva Napoli con la zona flegrea, il santuario divenne presto il centro della devozione del borgo marinaro e della sua festa,  fissata l’8 settembre, ovvero il giorno della natività di Maria. La festa andava ogni anno ad espandersi ed avere una maggiore partecipazione di fedeli che giungevano anche dai paesi limitrofi, a volte soggiornandovi per alcuni giorni, fino ad assumere una tale importanza che ad essa alla quale partecipavano anche i reali ed i dignitari del regno, fino ad assumere la qualifica di “festa nazionale” nel 1744 allorquando Carlo III decise di introdurre una parata militare per celebrare la vittoria di Velletri sui tedeschi. Un editto stabilì la festa doveva essere anche popolare e prescriveva l’accensione delle luminarie per cui  era chiesto ai residenti di «addobbare i balconi e di illuminarli sul far della sera» e previsto l’allestimento di carri allegorici.

Piedigrotta PARTICOLARE DI UN CARRO

UNO DEI FAMOSI CARRI DI PIEDIGROTTA

L’8 settembre 1859 si svolse l’ultima parata dei Borbone con 47 battaglioni, 33 squadre d’assalto e 64 pezzi d’artiglieria alle quali seguirono le cannonate dai cinque castelli cittadini. Nel 1888 fu introdotta la sfilata in carrozza, mentre l’edizione del 1902 fu la prima con le lampade a corrente elettrica. Collegata alla festa c’era una spontanea competizione di canti popolar-religiosi, in stile a “cappella”, con ampio spazio a tarantelle e a macchiette basate su strumenti tradizionali popolari e tipici di Napoli, come putipù, triccheballacche, scetavajasse, nacchere oppure tammorre. La vera e propria Piedigrotta musicale, con strumenti classici ed orchestra è datata 1835 e con il passare degli anni ebbe un incremento di canzoni e di consensi tale che i maggiori autori-poeti e musicisti erano orgogliosi di scrivere canzoni da presentare alla manifestazione canora, nascevano le immortali melodie della canzone classica napoletana.

Purtroppo oggi questa festa non c’è più (almeno nella grandezza di allora) non ci sono carri né “cuppulone” non c’è la competizione canora.

 Cosa era ‘o cuppulone?  Era un involucro di cartone o carta pesta – a forma di cono, ma anche cilindrica, o addirittura di un “ cantaro” , ovvero grande pitale con due manici –  addobbato con l’immancabile carta velina, coriandoli e altre cianfrusaglie. Il cuppulone era sospeso con una sottile cordicella a una lunga canna e l’abilità di chi metteva in atto lo scherzo era quella di mettersi dietro alla persona predestinata a subirlo, seguendolo in maniera che questi non s’accorgesse di nulla per poi, al momento opportuno, lo calavano sulla persona. Lo scherzo ovviamente era consentito soltanto nel periodo di Piedigrotta ed era proprio durante la sfilata dei carri che assurgeva quasi a un rito collettivo. Variazione sul tema era quello che veniva calato da un balcone. Il cuppulone  era legato ad una lunga corda e lo si faceva penzolare dal balcone. Individuato’o suggetto si lasciava andare la corda che poi, dopo l’incappucciamento, si ritirava con la massima velocità. Si è tentato più volte di ripristinare la vecchia Festa di Piedigrotta, ma i vari tentativi non fanno sortito le aspettative riposte…alla prossima.

NOTA BENE, le foto sono state liberamente tratte da internet, unica fonte disponibile, grazie a chi le ha rese pubbliche.

 

Igiene pubblica e raccolta dei rifiuti. I Borboni e la differenziata

Igiene pubblica e raccolta dei rifiuti. I Borboni e la differenziata

  Un decreto presente nella “Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie” ed  emanato il 3 maggio 1832 (n.21) dal re Ferdinando II di Borbone, analizzava e regolamentava l’intera situazione igienica dei rifiuti napoletani. Inoltre, un’ordinanza della prefettura di polizia disciplinava, nei dettagli, lo spazzamento e l’innaffiamento delle strade, compresa una sorta di “raccolta differenziata” per il vetro che veniva recuperato e riciclato dalle numerose Vetrerie presenti nel regno . A Napoli, il prefetto dell’epoca, Gennaro Piscopo, ordinò ai napoletani: «Tutt’i possessori, o fittuarj di case, di botteghe, di giardini, di cortili, e di posti fissi, o volanti, avranno l’obbligo di far ispazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega, cortile, e per lo sporto non minore di palmi dieci di stanza dal muro, o dal posto rispettivo. Questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondizie al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutt’i frantumi di cristallo, o di vetro che si troveranno, riponendoli in un cumulo a parte». Nel dettagliato documento del prefetto, composto da 12 articoli, venivano indicate le modalità della raccolta e chi ne era responsabile; si vietava di gettare dai balconi materiali di qualsiasi natura, comprese le acque utilizzate per i bagni, e di lavare o di stendere i panni lungo le strade abitate; venivano, infine, stabilite le pene per le contravvenzioni, non esclusa la detenzione. Questa “legge borbonica” aveva già risolto il problema della spazzatura quasi duecento anni or sono, rendendo Napoli la città più pulita d’Europa. I Borboni sono famosi per ” forca, farina e festa” dimenticando queste leggi, ed altre progressiste e semplici, composte di pochi articoli chiari e semplici. Si dimentica che c’erano industrie produttive, la prima ferrovia, il primo battello a vapore, le seterie, le fabbriche di ceramica di Capodimonte, le acciaierie, i cantieri navali  purtroppo l’unica cosa che mancava una  Costituzione come quella stilata da grandi uomini quali quelli che hanno scritto l’attuale Costituzione che è tra le migliori del mondo.

Questo decreto era già noto ad alcuni addetti ai lavori, storici, meridionalisti, neo borbonici ( www.neoborbonici.it, orgoglio napoletano, Comitati delle due Sicilie) a periodici (Panorama del 7/12/2008 p 115) ma noi, come Associazione siamo immensamente grati a Roberto Saviano che durante la trasmissione “Vieni via con me” su Rai3 l’ha fatto conoscere a milioni di italiani.

Chiesa di San  Gennaro  (St.Januarius) a Napoli, New York

Chiesa di San Gennaro (St.Januarius) a Napoli, New York

Chiesa di San  Gennaro  (St.Januarius) a Napoli, New York

La storia della nascita della cittadina di Naples, NY ci fa sapere che la zona era già stata occupata naturalmente dai Seneca, nativi americani sul luogo  vi era il villaggio “Nundawao.  Nel 1779, i coloni tedeschi giunsero nell’area  dei Finger Lakes portando con sé l’esperienza della viticoltura e della vinificazione, formando una piccola città conosciuta come “Watkinstown” dal nome di un capitano rivoluzionario di guerra, che poi sarebbe stato cambiato in “Middletown” a causa della sua posizione sulla strada tra Canandaigua e Bath, e poi nel 1808 il nome sarebbe stato definitivamente cambiato con quello che attualmente conosciamo: Naples, NY Questa scelta fu dovuta al fatto, probabilmente dopo aver visto qualche dipinto riguardante la città italiana, che molti ritenevano che il paesaggio vicino all’acqua fiancheggiato da filari di viti e colline avesse una certa rassomiglianza e familiarità con  la Napoli in Italia.

Con la espansione demografica la città ha iniziato a crescere, nel corso del 1800, 24 famiglie si riunirono e presentarono una petizione al vescovo McQuaid della diocesi di Rochester per consentire loro di formare una congregazione e costruire una chiesa. Avuto il consenso del Vescovo il gruppo usò il municipio locale per un paio d’anni mentre veniva costruiva la loro chiesa originale all’angolo tra North Main e Tobey St, il cui costo fu di circa $ 2,500 dell’epoca. Questa chiesa aveva la tradizionale forma delle chiese costruite negli Stati Uniti tipiche di quel periodo di tempo, ovvero caratterizzato da un campanile lungo e stretto, alto e bianco, con alte ma semplici vetrate.

 Alla fine degli anni ’60 quella chiesa fu abbattuta la nuova ed attuale fu costruita nell’arco di due anni. L’attuale Chiesa è stata appositamente progettata per incorporare e adattare il paesaggio locale, rispettando gli elementi comuni all’area. L’incarico fu affidato all’architetto Jaemes (Jim) Johnson   il quale pur rispettando la tradizionale adorazione cattolica   progettò la chiesa con una forma  progressista.   Per il nome fu fatto il seguente ragionamento: “ se la città prende il nome da Napoli, in Italia, la chiesa deve prendere il nome dal santo patrono di Napoli ( Italia)”,  un   tema  che accadeva e volevano che continuasse.

L’architetto Jim Johnson disegnò la planimetria della chiesa tale da assomigliare al profilo di una foglia d’uva, anche perché Naples è detta “la città del vino”. La forma della foglia è ampia e lasciata cadere a un punto sul lato est di fronte a North Main St (la vecchia chiesa si affacciava a sud verso Tobey St). Verticalmente, la forma continua con quel tema emulando il disegno di una foglia d’uva rovesciata, dove la punta della foglia punta effettivamente verso l’alto a causa della forza della nervatura centrale. E’ considerata una delle chiese moderne dalla forma avvenieristica.  Come si diceva fu costruita nell’arco di due anni, per la precisione fu iniziata nel 1965 e terminata nel 1966 ed essa fa molti riferimenti all’uva in quanto la zona è ricca di vigne e le vetrate rappresentano i tipi di uve coltivate localmente cosi come la pianta del pavimento è a forma di foglia d’uva. Nel 2001, la Chiesa di San Gennaro ha celebrato il suo 125 ° anniversario e nel 2011 ha subito modifiche migliorative tra cui  quella che per rendere la chiesa più accessibile ai portatori di handicap, le porte sull’ingresso ovest sono state sostituite da porte motorizzate accessibili per disabili e una rampa è stata aggiunta per fornire l’accesso all’area del santuario. Anche l’illuminazione principale è stata sostituita con nuove caratteristiche che illuminano la chiesa, tenendo presente il risparmio energetico. Da notare che se si guarda nella lampada del santuario ci sono due luci vecchio stile che sono rimaste, esse erano nella chiesa precedente che è stata demolita nel 1966, mantenendo così una continuità nella storia di San Gennaro.

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Chiesa di San Gennaro (St Januarius Catholic Church) a Pittsburg, PA, USA

Chiesa di San Gennaro (St Januarius Catholic Church) a Pittsburg, PA, USA

Chiesa di San Gennaro (St Januarius Catholic Church) a Pittsburg, PA, USA

 La St Januarius Catholic Church si trova a Pittsburgh, PA 15239, Stati Uniti al n. 1450  di Renton Rd a  pochi minuti dall’intersezione di New Texas Road e Route 380.  Pittsburgh   è il capoluogo della contea di Allegheny nella Pennsylvania.

Storia parrocchiale

Il primo embrione della San Januarius Church fu la nascita  nel 1925 come missione della Confraternita Missionaria della Dottrina Cristiana (MCCD).  La diocesi formò la Confraternita missionaria   per portare l’istruzione religiosa ai cattolici che vivevano in piccole comunità isolate che non avevano facile accesso a una chiesa esistente.  La prima messa nella nuova parrocchia fu celebrata l’ultima domenica di novembre del 1925 al secondo piano di un negozio in città.  Fino al 1945, la messa veniva celebrata solo una volta al mese.  A partire dal 1945, la messa fu celebrata settimanalmente continuando a utilizzare lo spazio in affitto nel negozio.  Nel 1950, la   comunità   parrocchiale   decise di costruire una chiesa, dopo il primo tentativo di costruire una chiesa   presto fallito, finalmente la domenica di Pasqua del 1950 iniziarono i lavori per una chiesa mettendo la così detta prima pietra.   Dopo la fondazione, tuttavia, la parrocchia decise che il sito prescelto aveva degli svantaggi che indussero la chiesa ad abbandonarlo.  Un nuovo inizio fu fatto il 25 agosto 1951 e la pietra angolare ( o testata d’angolo) della nuova chiesa fu posta il 23 marzo 1952. La prima messa  celebrata  nella nuova chiesa ebbe luogo il 30 novembre 1952, anche se l’interno della chiesa non era ancora finito. Una  mancanza di fondi ritardò il completamento della chiesa fino al 1959 e finalmente la chiesa fu formalmente dedicata il 9 ottobre 1960 e la parrocchia divenne indipendente nel 1973.

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