Chiatamone (via) cap 80121 strada situata nel Borgo Santa Lucia, tra il mare e la parete rocciosa del monte Echia, da via Santa Lucia a via Arcoleo.
Il toponimo deriva dal greco Platamon, il cui significato è “rupe scavata da grotte“; infatti si aprono numerose grotte alla base del monte e di fronte al mare, furono abitate dalla preistoria all’età classica. Successivamente urbanizzata dai Greci che sul monte Echia fondarono la città di Partenope. In epoca romana qui sorse la celebre villa di Lucullo, sede di feste e grandi pranzi,successivamente divennero sede di riti mitriaci, di cenobiti nel Medioevo e di orge nel XVI secolo,queste ultime destarono enorme scandalo, spingendo il viceré Pedro de Toledo alla loro ostruzione. Nel 1565 la riva fu circondata da mura, trasformandosi in luogo di svago signorile e poi, nei secoli successivi, in zona privilegiata per il passeggio. La singolare promiscuità fra popolani, aristocratici, militari, viaggiatori stranieri le conservò il carattere “scandaloso”, che continuò ad impressionare i forestieri di ogni tempo. Alla fine del 1800, con i lavori di Risanamento, lo sperone di Monte Echia fu ridimensionato, mentre una colmata a mare fece avanzare la linea costiera e fu costruita via Partenope. A lato della via si apre la seicentesca Chiesa della Concezione al Chiatamone, detta anche, popolarmente, Le Crocelle. Dove ora sorge un albergo, vi era una sorgente con annesso albergo termale, l’acqua di questa sorgente era conosciuta come l’acqua del Chiatamone prendendo il nome della strada dove sgorgava originariamente la sua fonte e, dove avveniva l’imbottigliamento dell’acqua “Suffregna” nelle “mummare” (fiasche in terracotta di forma panciuta) per conservare e non alterare le sue proprietà sorgive (qualora non bevuta direttamente alla fonte). Essa acqua delle “mummare”, fu fatta affluire fino ad un pozzo borbonico sito nei giardini di Palazzo Reale. L’acqua “zurfegna” conosciuta anche con i nomi di suffregna, ferrata, delle mummare e del Chiatamone, è stata da secoli la “bevanda” per eccellenza dei napoletani, molti la sorseggiavano in piccole dosi con il vino,oppure gradirla presso una “banca dell’acqua” dove il venditore d’acqua detto “acquaiolo” la serve liscia o con l’aggiunta di spremute d’arancia o di limone e un pizzico di bicarbonato di sodio. L’acquaiolo fino al 1973 ha conservato una sua caratteristica folkloristica, difatti per attirare l’attenzione dei viandanti si serviva del suono manuale e ripetuto del premiagrumi in ferro forgiato, accompagnato da esclamazioni penetranti del suo grido per far sì che il distratto notasse la sua “banca dell’acqua” e colà dissetarsi, dopo aver ascoltato una serie di ripetuti e vocianti inviti in vernacolo napoletano: venite ‘a rinfrescarvi tengo l’acqua do’ Chiatamone, c’arance e limoni ‘e Surriento; chest’ è acqua ‘e paradiso, è acqua ‘e mummera; ‘na veppet’ è chest’ acqua te cunzola (una bevuta di quest’acqua ti consola). Attualmente l’acqua delle “mummere” non è più venduta e le fontane che la emanavano, site nei pressi del palazzo Reale e Maschio Angioino (Via Parco del Castello) sono a chiuse e le grotte son usate per parcheggi.
Galario Gennaro ©
