Cristallini (via, vico e vicoletto), cap 80137, la via va da via Vergini ai gradini di Capodimonte. Il toponimo deriva presumibilmente dall’arte di fabbricare vetri e cristalli, quindi non è da escludere l’ ipotesi che in questa zona vi fossero fabbriche di cristalli. Fino al 1850 l’attuale vico Cristallini era denominato vico Pertusillo ai Cristallini, nome ritenuto troppo dialettale e quindi soppresso. L’area dove sono insite i vichi e la via e le zone adiacenti, sin dal IV sec. a. C., fu destinata a necropoli dapprima con l’escavazione di tombe a camera (Via dei Cristallini, Vico Traetta, Via Santa Maria Antesaecula), successivamente con la realizzazione di complessi cimiteriali catacombali (San Gennaro, San Gaudioso, San Severo), infine con la destinazione di un’immensa cava ad ossario (Le Fontanelle).
Da sempre questa zona era soggetta a depositi di terra alluvionale proveniente dalle colline circostanti, conosciuta coma “la lava dei Vergini ” e coprirono gli Ipogei Funerari Ellenistici che costituiscono un superbo utilizzo del sottosuolo, testimoniando con la propria monumentalità la straordinaria impronta greca e rappresentando la cultura nella quale si riconosceva la classe dominante. A Napoli, le tombe monumentali greche e romane si distribuiscono in un’area ben circoscritta, immediatamente all’esterno della cinta muraria a nord-est, nel quartiere della Sanità, a Via S. Giovanni a Carbonara, S. Maria Antesaecula. L’omogeneità tipologica di queste tombe sembra dimostrare che i banchi di tufo (nei quali sono scavate) non sono sfruttati casualmente, ma ricercati, ciò documenta, dunque, l’esistenza di una gerarchia nella distribuzione topografica delle necropoli neapolitane. Questi complessi , sotterrati dalle alluvioni, furono rinvenuti, in diverse occasioni, dal 1685 fino ad epoche recenti, quale quella del 20 Ottobre del 1888, quando a spese del barone Di Donato (dei baroni di Castel Tizzano) iniziarono le indagini sotto il suo palazzo in Via Cristallini, 133. Nel maggio del 1889 si diede inizio all’esplorazione di due ambienti venuti in luce, alla profondità di m 11,00 in un cavo aperto prima (che era chiamato “discesa giù nel monte”) il quale aveva toccato il muro divisorio di due camere, rompendo anche parte delle volte di esse. Iniziarono, allora, i lavori di sterro della terra alluvionale che copriva le celle funebri, che continuarono fino al 1896,furono, così, rimesse in luce 4 camere contigue completamente scavate nel tufo, a deposizione plurima e indipendenti l’una dall’altra.
Galario Gennaro ©
