Ricordo che mio padre aveva la usanza di celebrare la tradizione della Quaresima, ovvero  una bambola di pezza raffigurante una vecchia che  durante il periodo della Quaresima, veniva sospesa alla corda per stendere i panni, ossia il  filo di ferro tra due balconi. Mio padre raccoglieva o si faceva dare la testa di una bambola, all’epoca che ricordo, potevo avere massimo 5/6 anni, le teste delle bambole  era fatte di cartapesta. Mio padre deformava la testa della bambola fino a farla prendere le sembianze di una vecchia, abbastanza brutta, che la leggenda vuole sia identificata con la moglie del defunto Carnevale; le crepe che inevitabilmente si creavano, a seguito di questa deformazione, formavano le rughe del viso, ritoccate con colori ad acqua. Al posto dei capelli metteva la stoppa usata dagli idraulici e ricopriva il capo con un fazzoletto nero. Il vestito rigorosamente nero, veniva ricavato dalla tela di un ombrello rotto ed in disuso. Al centro della tela veniva posta la testa di cui prima e alla circonferenza di essa, si applicava un filo di ferro, in questo modo si creava una veste a campana. A volte nelle mani stringeva il fuso e la conocchia, sul cerchio creato dal  filo di ferro, ci metteva dei pacchettini con pasta, maccheroni, uva secca e appassita, pacchettini con biscotti, noci, pane, castagne, mele, di piccole bottiglie di vino, mandorle, fichi secchi e arance dolci. Dal centro, del feticcio  “Quaresima” era legata una vistosa patata, forse anche come allusione all’organo sessuale femminile, in cui venivano conficcate sette penne di gallina, tante quanto sono le domeniche di Quaresima. Ogni Domenica di Quaresima, io ne toglievo una, tranne l’ultima, che toglievo al Sabato Santo, giorno in cui il feticcio veniva bruciato. Mio padre si recava a comprare in via S. Maria ai Monti (zona Ponti Rossi), nei pressi del monastero dei Passionisti, da un fuochista della zona, la classica  trezziola ovvero una treccia di petardi legati tra di loro con un petardo finale un po’ più grosso. Questo petardo finale prendeva il posto della patata e la veste della pupattola veniva intrisa di alcool, affinché prendesse subito fuoco, allo scoppio di questo petardo; la batteria veniva stesa sulla corda dei panni, con la classica canna, si dava fuoco alla miccia e alla fine la  Quaresima  bruciava. Il significato: Sacro e profano si fondono, la pupa rappresenta il periodo di penitenza ed astinenza da cibi saporosi, il fuso e la conocchia si dice rappresentino la trama che tesse il destino. Il dondolio al vento è la metafora dell’incertezza della vita, l’incendio della bambola simboleggia la fine della astinenza quaresimale ed il ritorno a nuova vita . Purtroppo oggi a Napoli questa usanza è scomparsa, sui nostri balconi non ci stanno più pupattole, questa tradizione sta scomparendo anche nella nostra memoria e … per non farla scomparire del tutto che ho scritto queste note, ma devo dire anche che da ricerche effettuate, questa tradizione è ancora viva in paesi della costiera sorrentina ed amalfitana, a Sessa Aurunca, nel Molise ed in particolar modo a S. Croce di Magliano (CB) dal cui sito è tratta la foto. Galario Gennaro © http://www.santacroceonline.com/InfoPaes/FestePop/quarantana/quarantana.htm

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