Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate

 ‘A zarellara (femminile).

 ‘O zarellaro oppure zagarellaro o anche zagrellaro era il merciaio, o al femminile, la merciaia

 Ma oltre ad indicare la persona si indicava anche propriamente la bottega, nella quale si effettuava la vendita di “qualsiasi cosa”, dalle caramelle ai giocattoli, dagli articoli per la casa a quelli per i vestiti. Il termine deriva da zagarella, ossia nastro, fettuccia di seta. Questi empori nati per la vendita di supporto alla attività di sartorie o a lavori casalinghi sartoriali e quindi nastri, stringhe, forbici, spilli, bottoni e stoffe, insieme di accessori che in dialetto prendeva il nome di zagarelle, come detto erano soprattutto i nastri, le trine (o merletti). Col tempo, poi, la bottega si arricchì di altra merce e ci si poteva rifornire di scope, secchi, stracci, caramelle, alcool, insetticidi, alcool, ovatta e addirittura siringhe per le iniezioni, cerotti, giocattoli, articoli di cartoleria, quali penne e pennini, ma anche confezioni di dolciumi e le caramelle.

Oggi nella classificazione di codice attività (codice Ateco) li mette come “empori ed altri negozi non specializzati di vari prodotti (47.19.90)”.

Proprio per il suo modo di fare commercio in maniera confusionaria, il termine zarellaro viene utilizzato ancora oggi in senso dispregiativo per indicare un soggetto privo di specializzazione specifica e di professionalità.

Ci sta anche una canzone: ‘A zarellara di Capillo-Rendine, cantata da Maria Paris

 

 

 

 

 

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