Rapporto tra Pozzuoli e San Gennaro (Anfiteatro, Santuario, Pietra e Ampolla)

Napoli nel mondo intervista Ciro Biondi

Il 16 dicembre avviene uno dei tre miracoli di San Gennaro, quella del cosiddetto “Patrocinio”.  Quello del 16 dicembre, del Patrocinio, la liquefazione del sangue ricorda la protezione che il Santo diede alla città di Napoli e ai suoi casali in occasione dell’eruzione del Vesuvio nel 1631. Gli altri due miracoli avvengono il sabato che precede la prima domenica di maggio, quando avvenne la traslazione da Pozzuoli a Napoli e il 19 settembre, giorno dedicato al martirio del santo. Per l’occasione abbiamo intervistato Ciro Biondi, giornalista ed esperto di storia locale. Dal 2000 si occupa della comunicazione per la Diocesi di Pozzuoli e ha avuto modo di scrivere molto su San Gennaro.

Che rapporto c’è tra Pozzuoli e San Gennaro?

“Un rapporto antichissimo, più antico di quello che esiste tra San Gennaro e Napoli. Nulla da togliere al fatto che Napoli e il Santo siano intimamente legati e che per tutto il mondo non si può pensare a Napoli senza pensare anche a San Gennaro e viceversa. Però è a Pozzuoli che Gennaro venne martirizzato ed è qui che crebbe, fin dai primi anni dopo la morte, il suo culto. Nella città flegrea c’è il Santuario a lui dedicato che ricorda il luogo del martirio e che attira visitatori e fedeli. Il martirio è un momento importante. È come se la terra su cui è stato versato il sangue si legasse al Santo come in un patto speciale ed eterno. Diciamo che Pozzuoli con l’effusione del sangue ha ricevuto un grande privilegio da parte di San Gennaro”.

Come avvennero i fatti?

“Su San Gennaro nel corso dei secoli si è scritto molto. Molte cose sono ritenute certe dalla credenza popolare, ma in verità sappiamo ben poco. Gli esperti ritengono che la fonte più accreditata siano gli Atti Bolognesi del VII secolo e riscoperti solo nel ‘700. Questo documento ci offre poche informazioni ma si ritiene che siano quelle più veritiere. Ad ogni modo il martirio del santo avviene a Pozzuoli nel 305 d.C. insieme a Gennaro, che si vuole vescovo di Benevento, morirono anche tre puteolani: il diacono Procolo e i laici Eutiche – o altrimenti detto Eutichete – e Acuzio. Inoltre ci furono il diacono di Miseno Sossio, Festo e Desiderio. Questi ultimi due, secondo la tradizione, erano lettori che accompagnavano il vescovo. I cristiani vennero condannati ad essere sbranati dalle belve nell’Anfiteatro per avere professato e non rinnegato la fede in Cristo. Entrati nell’arena le vittime iniziarono a pregare e le bestie feroci rinunciarono al loro pasto. Le autorità imperiali decisero allora di decapitarli. L’esecuzione avvenne all’interno della Solfatara”.

A Pozzuoli è conservata la pietra che diventa rossa nel momento in cui a Napoli avviene il miracolo…

“La storia della pietra fa parte della bellissima tradizione della devozione popolare dei puteolani. Però andiamo per ordine. La pietra custodita dai padri Cappuccini nel Santuario non è la pietra su cui è avvenuta la decollazione. Studi condotti dal professore Ennio Moscarella negli anni ’70 hanno definitivamente chiarito che si tratta di parte di un altare, probabilmente di una delle basi. E che il rosso di cui è macchiata in realtà è del pigmento, colore di qualche illustrazione sacra. Quindi il fatto che la macchia rossa diventi più “viva” è solo suggestione. Si tratta di studi a cui hanno dato credito i maggiori esperti e che anche la Diocesi di Pozzuoli avvalora. Tutto questo non mette in discussione l’episodio del martirio. Anzi, paradossalmente ci conferma che qui a Pozzuoli, subito dopo il drammatico evento, è stato edificato un luogo di preghiera dedicato al santo. E quindi invece di negare la vicenda, la piccola pietra dell’antico altare ci offre un indizio. Per chi ha fede già questo è più che sufficiente”.

Ma a Pozzuoli esiste anche un’altra reliquia importante…

“Si. A Pozzuoli abbiamo conservato una reliquia contenente il sangue del santo. L’ampolla puteolana è stata riscoperta di recente ed è esposta nella Sala dei Santi Patroni nello splendido Museo Diocesano al Rione Terra. Un Museo ancora poco conosciuto ma che custodisce oggetti sacri che aiutano a ricostruire la storia del Cristianesimo locale che ha avuto qui molti testimoni come San Paolo. È importante ribadire che la diocesi di Pozzuoli è tra le più antiche dell’Occidente”.

Qual è la storia di questo sangue?

“Nel 1998 don Angelo D’Ambrosio, insigne studioso e direttore dell’Archivio Diocesano di Pozzuoli, rinvenne il prezioso reliquiario tra gli argenti della Cattedrale di Pozzuoli. Si tratta di un reliquiario da esposizione simile a tanti altri, costruito tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700. Il reliquiario custodisce una fiala di pochi centimetri contenente della polvere rossastra. Indagini storiche compiute dallo studioso Rosario Di Bonito hanno ricostruito la storia della reliquia. Si tratterebbe di sangue prelevato da una delle ampolle napoletane. Sarebbe stata prelevato nel 1702. In quell’anno visitò Napoli il re di Spagna Filippo V di Borbone, futuro padre di Carlo III. Al re venne donato un po’ di sangue ancora oggi custodito nella Cappella Reale di Madrid. E forse in quell’occasione qualcuno, più o meno lecitamente, ne prese un altro po’ per sé. Queste sono chiaramente supposizioni. È certo che nel 1877 la fiala fu donata a monsignor Gennaro De Vivo, vescovo di Pozzuoli. La reliquia fu custodita nell’appartamento privato del vescovo e dei suoi successori. Le vicende puteolane come l’incendio del Duomo nel 1964, l’abbandono del Rione Terra nel 1970 e l’evacuazione dell’Episcopio da parte del vescovo Sorrentino nel 1980, hanno fatto perdere le tracce della reliquia. Il particolare oggetto fu dimenticato nei depositi della Diocesi. Ora si trova al Museo Diocesano. È un ulteriore legame tra san Gennaro e Pozzuoli”.

 

 

 

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