Franfelicco , franfelliccaro.

Franfelicco , franfelliccaro.

Il franfellicco termine deriva dal francese fanfreluche che identifica lo stesso genere merceologico; a sua volta, deriva dal latino “fanfaluca”.

Al plurale sono detti ‘e fanfrellicche e sono bastoncini zuccherini, negli USA, sono i Candy Canes, quei famosi bastoncini che si appendono sugli alberi di Natale. A Napoli erano bastoncini diritti di zucchero multicolorati.

Esso veniva prodotto, per la maggior parte, da venditori ambulanti chiamato franfelliccaro.

Costui, armato di un banchetto portatile, spesso un carrettino dotato di fornello (prima a carbone, poi a gas) creava un impasto nel quale versava uno sciroppo colorato di zucchero e miele. Quando l’impasto era ben amalgamato, lo lavorava su un supporto metallico a forma di uncino. Una volta che l’impasto era ben solidificato, lo tagliava a pezzettini lunghi qualche centimetro e lo vendeva ai clienti che avevano assistito a tutta la lavorazione. Alcuni franfellicchi venivano tagliati a pezzetti piccoli ed in esso si infilava un bastoncino di legno, questa variante si chiamava bombolone, oggi una variante è chiamata chupa chups, ma non ha nulla a che vedere con esso.

 

 

 

 

 

 

Nel 1928 il poeta napoletano Alfredo Gargiulo (1876-1949), scrisse una poesia dedicata al Franfellicco:

“Doje paparelle e zucchero,

tre o quatto sigarette ‘e ciucculata;

nu perettiello chino d’acqua e ccèvoza,

‘cu dint’ ‘a ficusecca sceruppata.

Poi’le franfellicche: al massimo,

nu trenta franfellicche d’e ogni culore;

cierte so’ chine d’e povere,

cierte se so’ squagliate p “o calore.

E pure pare incredibile,

io ce sto riflettenno a ‘na semmana):

ncopp’a nu bancariello e a sti tre prùbbeche,

ce campa, spisso, na famiglia sana…”

Da notare che è esistito un altro Alfredo Gargiulo, anch’egli poeta e autore, ma che faceva il farmacista. Scrisse tra l’altro il testo della canzone ‘E lampare, classificatasi terza al Festival della canzone napoletana nel 1955.

Franfelicco , franfelliccaro.

trubbèja, trubbea

Trubbèja ( o trubbea, più decisamente corretta la prima) deriva dal greco tropaia  e poi dal latino tropaei (venti marini), sta a significare temporale con vento e tuoni.

A Napoli si soleva, e si suole, dire:” ‘a trubbèja d’’e cerase” ovvero di un temporale tipico di questo periodo, tra la seconda metà di maggio e la prima quindicina di giugno, caratterizzato da violenti acquazzoni che determinano una raccolta delle ciliegie.

Se la trubbèja si scatena a maggio la raccolta delle ciliegie avviene in quel periodo ed esse vengono messe in commercio al minuto al grido: “So’ cchelle d”a trubbeja” per indicare che si tratta di autentiche primizie la cui raccolta si è avuta a seguito dell’improvviso, inatteso, ventoso e violento acquazzone, o di una gran pioggia inaspettata.

Ma la parola trubbèja, come riporta il Dizionario a cura di A. Altamura, sta anche a significare “baruffa, conflitto” infatti è aria ‘e trubbea significa che ci sta “un clima ambientale che fa prevedere baruffa; aria che preannunzia un temporale.

Struscio, ‘O Strùscio e la zuppa di cozze

Struscio, ‘O Strùscio e la zuppa di cozze

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Struscio, ‘O Strùscio
Le tradizioni del Giovedì Santo a Napoli
Lo struscio e la zuppa di cozze

Dal dizionario Treccani: Strùscio s. m. [der. di strusciare]. – 1. A Napoli, il passeggio in via Toledo e via Chiaia, in occasione della visita ai Sepolcri, nella settimana santa (così chiamato dallo strusciare dei piedi sul fondo stradale o dallo strusciarsi delle persone tra loro, nel grande affollamento).
Lo struscio a Napoli nasce allorquando San Filippo Neri chiese di visitare in un solo giorno, le sette chiese più importanti di Roma, opponendosi ai festeggiamenti pagani del carnevale e spostando l’attenzione sui luoghi sacri della città romana e il rito si estese anche in altre città di origine cristiana, tra cui la cattolicissima Napoli. Il rito del Giovedì Santo prevede l’adorazione del Santissimo Sepolcro del Cristo morto e la visita da parte del fedele ad almeno sette chiese principali della propria città. Il numero sette infatti essendo un numero altamente sacro, corrisponde per assonanza ai sette gradi della perfezione, alle 7 sfere celesti, ai 7 rami dell’albero cosmico. Ma ha anche a che fare con istanze cosmologiche: il numero 7 indica anche i 7 maggiori pianeti del sistema solare, indica infine il rinnovamento umano e spirituale. In passato l’itinerario usuale si svolgeva a partire da piazza Dante lungo tutta via Toledo per giungere a Piazza Plebiscito e ‘e ssette chiesielle erano tutte su quel percorso: Spirito Santo, San Nicola alla Carità, San Liborio alla Pignasecca, Madonna delle Grazie, Santa Brigida, San Ferdinando di Palazzo.
Ai tempi dei Borbone tutta la famiglia reale, con l’intera compagnia delle Real Guardie del Corpo e un corteo di cortigiani al seguito, dopo il vespro del Giovedì Santo, si recava a piedi nelle chiese limitrofe per fare visita ai sepolcri. Anche il popolo napoletano, vi partecipava e vigente il divieto di circolazione di carri e carrozze, i fedeli erano costretti a camminare a piedi e, poiché la folla nel tempo si fece numerosa, il passeggio divenne lento e si procedeva strusciando i piedi a terra.

Il Grande Viviani lo descrive in una sua Poesia:

‘O struscio

Giovedì Santo ‘o «struscio» è nu via vaie:
Tuledo è chiena ‘e gente ‘ntulettata,
ca a pede s’ha da fa’ sta cammenata,
pe’ mantene’ n’usanza antica assaie.
– Mammà, ci andiamo? – Jammo. Ma che faie?
– Vediamo due sepolcri e ‘a passeggiata.
E ‘a signurina afflitta e ‘ncepriata
cerca ‘o marito ca nun trova maie.
‘A mamma ‘areto, stanca, pecché ha visto
ca st’atu «struscio» pure se n’è ghiuto,
senza truva’ chill’atu Ggiesucristo,
s’accosta a’ figlia: – Titine’, a mammà,
ccà cunzumammo ‘e scarpe. – L’ho veduto.
E me l’hai detto pure un anno fa.

A Napoli il Giovedì Santo si conclude sempre con una bella zuppa di cozze. Potremmo definirla zuppa di cozze rinforzata perché viene accompagnata in genere da una fresella o impreziosita da qualche gambero o un polpo a seconda della disponibilità. Ma quello che veramente distingue questo piatto è l’olio forte dal colore rosso per la presenza di peperoncino piccante che si aggiunge alla fine della preparazione del piatto.
Napoli come tutti i paesi caldi, ama il piccante e la ragione della formazione di questo gusto è che l’uso del peperoncino fa davvero bene alla salute ed ha una funzione antinfiammatoria.
Ma da dove viene questa tradizione della zuppa di cozze?
Essa viene dal tempo di Ferdinando I di Borbone, che era golosissimo di pesce e di frutti di mare e segnatamente delle cozze che lui stesso pescava nelle acque sotto Posillipo e spesso se le faceva approntare in maniera piuttosto sontuosa con una ricetta di sua invenzione (cozzeche dint’â connola), volle accettare l’ammonimento del padre domenicano Gregorio Maria Rocco che gli consigliava di non eccedere con peccati di gola, almeno durante la settimana santa.
Il monarca, furbescamente, per non rinunciare alle sue cozze tanto gradite ordinò ai cuochi di preparare per il Giovedì Santo, una preparazione meno sontuosa e si fece servire la zuppa di cozze con pomodoro e salsa forte di peperoni. La notizia uscì dalle cucine di palazzo e si diffuse per la città e da quel giorno nasce la tradizione di quella gustosa zuppa. Successivamente il popolo in alternativa alle cozze usò le lumache e si ebbe una zuppa di lumache (di terra e facilmente reperibile nelle zone di campagna : maruzze), preparata con il medesimo sugo di quella di cozze. Ultima alternativa è l’uso dei maruzzielli (lumachine ii mare).

Franfelicco , franfelliccaro.

Ascià’, J’ ASCIANNO

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Ascià’, J’ ASCIANNO 

Ascià’ (asciare): cercare, ritrovare; J’ ascianno ovvero j(re) asccianno: andare alla ricerca

Il verbo deriva dallo spagnolo Hallar, che si pronuncia ajar da cui asciar.

Questo modo di dire è davvero poco usato a Napoli, trova applicazione nella canzone “Totonno ‘e Quagliarella”, testo di Giovanni Caputto, musica di  Francesco Buongiovanni:  Quann’ è ‘a staggione, vaco ascianno sulo

na bona fritta ‘e puparuole forte…

Nu piezze pane, ‘nziem’a nu cetrulo,

e ‘o riesto, ‘o vvotto dinta capa ‘e morte! 

Canzone può essere presa ad esempio di filosofia di vita, interpretata magistralmente da Nino Taranto, Sergio Bruni e Massimo Ranieri e da altri bravi interpreti della canzone napoletana. Si rimanda alla ricerca su youtube.

Qui si riporta quella di Nino Taranto

https://www.youtube.com/watch?v=K4vhyogKJ_s

 

Franfelicco , franfelliccaro.

Caccavella

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

 Caccavella

Il termine sta ad indicare tre cose, il primo è uno strumento culinario (da cucina), il secondo indica uno strumento musicale ed il terzo ad un prodotto commestibile.

Andiamo per gradi, il nome ha l’origine comune, esso deriva dal latino caccabus, contenitore, a sua volta dal greco χαχχαβίς caccabios.

Quindi nel primo caso ci riferiamo a grandi o più piccoli recipienti di rame e/o di coccio, quindi ad una pentola di uso domestico, o piuttosto a grossi pentoloni.

‘A caccavella era la pentola dedicata alla cottura del ragù o dei fagioli, di misura inferiore. Da caccavella poi deriva il caccaviello: rigorosamente di creta e con i manici, piuttosto alto ma non enorme, viene ancora oggi usato per bollire, in modo che la schiuma di bollitura non cada fuori.

 

 

 

 

 

 

 

Secondo caso: quello musicale

La pentola (caccavella) subisce un intervento particolare  su di essa viene posta una pelle d’asino tesa e seccata e nel cui centro viene fatto sfregare con le mani un bastoncino che emette un suono cupo e basso, tipico accompagnamento della tarantella. Questo strumento musicale folkoristico oltre al nome di caccavella è conosciuto anche con un  nome particolare: il putipù. Trattasi di un tamburo a frizione, la canna viene impugnata e frizionata con un movimento verso il basso e la frizione produce il caratteristico suono dalla tonalità bassa. Spesso, per evitare di scorticarsi il palmo della mano, si utilizza un panno umido per frizionare la canna.

 

 

 

 

 

 

Terzo caso: quello culinario

La caccavella è un tipo di pasta particolare prodotto dagli artigiani pastai di Gragnano (NA), essa è la pasta più grande del mondo ed ha le seguenti caratteristiche: peso circa 50 grammi, 9 cm di diametro e 6 di altezza.

E’ ideale per essere farcita e solitamente, le caccavelle sono cotte e servite in terrine di terracotta invetriata o pentoline in rame

 

 

 

 

Lo strumento musicale era magistralmente suonato da Nino Taranto nell’interpretare la canzone La Caccavella (C Concina 1950)

https://www.youtube.com/watch?v=p-btPjOp8DA