Cufenaturo

Cufenaturo

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Cufenaturo: recipiente usato per lavare i panni ( la culata)

Come la parola cuofeno o cuofano, anche il cufenaturo deriva da latino cophinus. Il cufenaturo vero era un grosso recipiente di terracotta (vedi foto), poi ci sono state le varianti in legno, in rame e di latta, impropriamente fu dato il nome cufenature anche alle varianti in plastica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da questo sostantivo deriva il verbo “ ‘ncufanà “ ossia mettere i panni  nel cufenaturo, assestandoli bene.

Il termine Cufenaturo è anche riferito ad una donna tozza, di bassa statura e di fianchi abbastanza larghi, ma anche ad un grosso deretano come recita  la canzone  popolare Cicerenella, magistralmente interpretata dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare e da altri grandi interpreti della canzone napoletana quali Sergio Bruni e Roberto Murolo.

 

Cicerenella teneva ‘nu culo

Che pareva ‘nu cufenaturo,

Nce faceva ‘a culatella

Chest’è ‘o cufunaturo ‘e Cicerenella.

 

Cufenaturo

Scafarèa, Scafareia, Scafareja

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate: 

Scafarèa, Scafareia, Scafareja

La Scafarea o Scafareja è un vaso in terracotta che si allarga verso l’alto, che si usavano, e in alcuni casi si usano tutt’oggi, per mettervi gli alimenti o per conservarli, ma anche nei quali si sminuzza, si lavano ortaggi e stoviglie. Nei più grandi si mettevano in ammollo i panni, in quelli piccoli addirittura si mangiava.  Deriva dal greco Scaphe che si traduce in vaso, tinozza. Anche il latino ha adottato il greco. Infatti si indicavano scaphat i vasi in terracotta. Ancora oggi nei mercatini rionali, sulle bancarelle o nelle vecchie salumerie, specie nella ricorrenza delle festività natalizie non è di rado vedere scafaree piene di papaccecce o sottaceti o olive.

Alcune foto di scafaree tratte liberamente da internet

Cufenaturo

Cuofeno, cuofano

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate: 

Cuofeno, cuofano, dal latino cophinus, significa cesta. Il cuofeno infatti è una cesta intrecciata, di determinata misura (c.a 25 kg) e veniva usata soprattutto in edilizia per il trasporto e carico di materiale per l’edilizia o di risulta. Esso era agganciato a una carrucola per raggiungere i piani alti.

In modo traslato, Cuofeno significa una quantità o anche una donna brutta e deforme, associandone la sagoma.

Cufenaturo

Sberressa

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Sberressa, dal latino birrus verbo che significava rosso, ora riferito alla casacca delle guardie (che in genere indossavano un mantello rosso o una casacca rossa) e con l’aggiunta del prefisso s diventa sbirro, ovvero il poliziotto; la sberressa anche se è la forma femminile di sbirro non significa affatto poliziotta ma in napoletano significa donna terribile, una cavallona o una virago

‘A sberressa   è anche una canzone scritta da L. Cioffi e musicata da G. Cioffi https://www.youtube.com/watch?v=b9fbhnWKe9I Qui nella rara versione di Alberto Berri. Oppure nella non meno rara interpretazione di Franco Ricci  https://www.youtube.com/watch?v=9FXLiEehVl8

 

Cufenaturo

Zerrezerre ; zerrizerri

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Zerrezerre ;  zerrizerri 

Il zerrizerre (o zerrizerri) è un giocattolo, strumento musicale, di legno o di stagno con una ruota dentata e un bastoncello che, nell’agitarlo e aggirarlo, urta in una linguetta e produce un suono. Il suo nome deriva dallo spagnolo cencerro che significa sonaglio. In italiano si chiama raganella.

Lo descrive alla fine dell’800 il filosofo Benedetto Croce, nel suo commento del Pentamerone, la raccolta di favole campane scritta da Giambattista Basile nel 1600. Nel Pentamero e si fa cenno alla raganella assieme ad altri antichi strumenti popolari. Si crede e racconta che sia di origine molto antica e si attribuisce la sua  invenzione a tale Archita di Taranto, un uomo politico, filosofo e scienziato della scuola pitagorica. Il filosofo Aristotele nella “Politica”, consiglia l’uso della raganella ai bambini: sia come iniziazione alla musica, sia perché «trastullandosi con esso, essi non rompano niente in casa: perché il giovanetto non può stare fermo»! Non a caso altro significato in napoletano di zerrizerri è la irrequietezza, la mobilità ma anche a volta rabbia o dispetto.

Nel corso dei secoli questo strumento venne usato in tutta Europa nelle feste popolari, per annunciare le ore o dare allarmi. Fino al Concilio Vaticano II le grandi raganelle dette “crotali” o “crepitacoli” venivano usate in chiesa durante la Settimana Santa, al posto dei campanelli e delle campane che venivano legate. Nella tradizione ebraica uno strumento simile viene usato durante la festa del Purim per coprire il suono del nome del persecutore Amàn durante la lettura del testo sacro. Oggi lo si usa come strumento da tifo, sugli stadi, specie in occasione di incontri di calcio

Cufenaturo

Zimmaro ; ‘o zimmaro

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate: 

Zimmaro ; ‘o zimmaro

Il zimmaro ovvero caprone, dal greco χιμμάρος” xìmaros, anche questa come tante altre parole napoletane deriva dal greco.

Come ben sapete le origini della città di Napoli sono greche. Napoli era l’unica città, in epoca romana a cui era concesso di non parlare il latino, che era la seconda lingua  ma come prima lingua si parlava il greco.

Bisogna ricordare che Neapolis era l’unica metropoli ellenistica dell’Occidente, eccetto quello della Grecia vera e propria. Neapolis, nella prima età dell’Impero, era ancora di lingua greca e non solo, ma anche di istituzioni, di culti e di costumi di vita. A Napoli venivano celebrati giochi in onore di Partenope, poi furono un ringraziamento in onore di Augusto per aver aiutato la città sconvolta da un recente terremoto. Gli “Italika Romania Sebastà furono istituiti con un editto dell’Imperatore. Durante gli scavi per la stazione Duomo sono state trovate vestigia, iscrizioni e templi che hanno svelato parte della cittadella olimpica e le iscrizioni sono in greco

Altro significato di Zimmaro è il Cembalo, specie di tamburello col fondo di cartapecora (appunto la pelle del caprone) circondato tutt’intorno da piccoli sonagli, che si suona percotendolo con le nocche o le palme delle mani.