Ruagno o ruagna

Ruagno o ruagna

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

Ruagno o ruagna

Era un oggetto in genere di terracotta chiamato appunto “ruagna”, che poteva essere una tazzina o altro, ma comunque sempre di bassissima qualità.

Alcune ricerche brancolano nel buio al riguardo della etimologia e origini della parola, penso si possa aderire all’ipotesi che fa derivare questa parola dal termine greco ruas che indica lo scorrere, in quanto in questi oggetti di terracotta si facevano scorrere i liquidi.

 L’uso di questi contenitori di terracotta più comune divenne quello di essere un vaso da notte, per cui  con il termine ruagno o ruagna si identificava un pitale o un  piccolo vaso da notte.

La espressione dispregiativa “si ‘na scarda ’e ruagno ” stava  a significare che non valevi nulla essendo un “frammento (scarda) di un pitale”

Ruagno o ruagna

Pastenà, pasteno

Pastenà sta per piantare, seminare, trapiantare, deriva dal latino pastinare.

‘O pasteno invece è la piantagione dal latino pastinum

Pastenaturo è il piantatoio

Da Tammurriata Nera (Nicolardi, E A Mario) :” Addò pastìne ‘o ggrano, ‘o ggrano cresce, riesce o nun riesce, sempe è grano chello ch’esce”

Ovvero:” dove semini grano, grano cresce, riesce o non riesce , sempre grano è quello che alla fine esce”

Da Mmiezo ‘grano (Nicolardi, Nardella): “E ‘a sera, sott’ ‘o pásteno d’ ‘e mméle annurche, passa stu core sempe gióvane ca ride e ch’arrepassa (1).”

Ovvero: “ E la sera, sotto gli alberi delle mele annurca, passa questo cuore sempre giovane che ride e che inganna.” (1)

  • (1) Arrepassa, da arrepassà, ovvero burlare, prendersi gioco, inganannare.

Ruagno o ruagna

Arrucchiarsi, arruccchià, arrucchiato, roccchia, arruocchio

Parole della lingua napoletana, quasi dimenticate:

 

Arrucchiarsi, arruccchià, arrucchiato, rocchia, arruocchio.

 

 

Arrucchià, significa radunare ed arrucchiarsi:, riunirsi, formare crocchio, far capannello

 

L’arrucchio quindi significa crocchio, capannello, adunata, ma anche intrigo, imbroglio.

‘Na rocchia è una combricola, un gruppo, ad es: ‘na rocchia ‘e guagliune.

Una celebre canzone napoletana recita: ‘Ncielo se só’ arrucchiate ciento stelle…  (Scetate di Ferdinado Russo e Costa)

‘ O TARTARUGARO, il tartarugaio

‘ O TARTARUGARO, il tartarugaio

Il tartarugaio era un  artigiano che lavorava il guscio di tartaruga ricavando svariati oggetti, dai più comuni a quelli di grandissimo valore. Quest’arte, bisogna chiamarla così, si sviluppa in Napoli dal 1600 circa, con produzione di opere pregiatissime quali cornici, intarsi con tartaruga e madreperla. Uno dei più famosi tartarugai  fu  un certo Giuseppe Serao che negli anni 30 del 18° secolo era famosissimo e nel 1734, diventato re Carlo III di Borbone volle che avesse il suo laboratorio adiacente alle mura del Palazzo Reale di Napoli. Questa arte ora scomparsa, io la ricordo. Un fratello di mia madre, il primo fratello, nato nella seconda metà dell’800 era un “tartarugaro”, si chiamava Vincenzo Esposito ed aveva il suo laboratorio presso la sua abitazione, ovvero faceva “casa e puteca” in Salita Cariati 29, nei Quartieri spagnoli nei pressi della Chiesa S.Maria del Carmine alla Concordia. Mi ricordo che mia madre mi ci portava almeno ogni mese ed io mi incantavo a vedere questo zio lavorare, ma molto spesso mi divertivo a giocare nel giardino interno al palazzo, dotato di alberi di agrumi ed io giocavo con un gatto, un castrato ma così giochellerone. Pigliavo i mandarini o gli aranci piccoli e li usavo come pallina, divertendo il gatto e me ma facendo arrabbiare la zia Elvira, moglie di mio zio. La produzione dello zio consisteva soprattutto di oggettistica personale o per la casa, quali portasigarette,manici di ombrelli, cornici, pettini o meglio “pettenesse”, cornici portaritratti, scatole portaoggetti, montature per occhiali e tanto altro. I manici di ombrelli venivano forniti alla ditta Talarico, famosa costruttrice di ombrelli.Ricordo vagamente le vasche  di ammollo e una pressetta, poi i mie ricordi si perdono, questo zio agli inizi degli anni ‘50 (credo 1953) ci lasciò e da allora non ho mai più visto qualcuno lavorare il guscio di tartaruga o meglio testuggine.